Antico Sindarin - tra l'Elfico Primordiale e il Grigio-elfico

di Helge Fauskanger - traduzione di Gianluca Comastri

Anche chiamato: Antico Noldorin (l'unico termine che Tolkien usa!)

STORIA INTERNA

L'Antico Sindarin è l'ultima tappa prima del Sindarin nell'evoluzione dal Quenya Primordiale al Grigio-elfico maturo (tra QP e AS abbiamo L'Eldarin Comune e il Lindarin Comune). Esso fu sviluppato e parlato nel Beleriand, ma pare si sia evoluto in maturo Sindarin al tempo in cui i Noldor ritornarono. L'Antico Sindarin preserva la generale sonorità dell'Elfico arcaico molto meglio di quanto non faccia il Sindarin. Vi sono ben pochi casi in cui parole in Antico Sindarin sono identiche a parole Quenya: gli esempi comprendono ku, kua "colomba", malina "giallo", míre "gioiello", parma "libro", randa "ciclo, era", rauta "metallo", rimba "frequente, numeroso", rimbe "folla, ressa", ringe "freddo", runda "ruvido pezzo di legno", síre "fiume", yaiwe "scherno, dileggio". Altri vocaboli sono identici al Telerin, il più strettamente correlato linguaggio Amanya, come branda "maestoso, nobile, eccellente", Bana "Vána" (una Valië) e belda "forte".

STORIA ESTERNA

L'Antico Sindarin esplicitamente identificato come tale è noto solo dalle Etimologie, sebbene alcune antiche forme Sindarin menzionate nel saggio di Tolkien Quendi ed Eldar siano state incluse nel dizionario sottostante. Non vi sono testi AS. Tolkien menzionerebbe una parola AS come stadio intermedio tra il Quenya Primordiale e il Sindarin semplicemente a chiarificare la derivazione del termine Sindarin. Nelle Etimologie il linguaggio è naturalmente chiamato Antico Noldorin (abbreviazione AN), dacché Tolkien non aveva ancora operato la revisione che volse il linguaggio di sonorità gallese nei suoi miti nell'idioma dei Sindar. Nella sua primissima concezione, l'"Antico Noldorin" fu evidentemente il linguaggio che i Noldor parlavano in Valinor, il linguaggio che volse nel classico Noldorin nella Terra di Mezzo. Osservare che nelle Etimologie, il "Noldorin" (> Sindarin) è talvolta chiamato "NE" = Noldorin Esule, come se fosse implicito che AN sia il "Noldorin non esule". Diversamente da altre forme arcaiche, i vocaboli "AN" non sono usualmente asteriscati, come se fossero attestati in scritti: ciò si accorda con LR:173, laddove è affermato che i Noldor iniziarono a scrivere nella loro favella nei giorni dell'orgoglio di Fëanor. Tolkien più tardi rivisitò tutto questo. I Noldor vennero a parlare Quenya, il Noldorin divenne Sindarin, e dobbiamo presumere che l'"Antico Noldorin" parimenti divenne Antico Sindarin, sebbene Tolkien non usi mai tale termine. L'Antico Sindarin sarebbe attestato in scritti, o dovremmo asteriscare l'intero corpus? Forse che l'Antico Sindarin sarebbe stato scritto con le Rune di Daeron? Comunque, in WJ:370 Tolkien espresse incretezza circa il fatto che una certa inflessione fosse precedentemente ricorsa o meno in Sindarin, come se lo stadio più antico di tale linguaggio non fosse direttamente attestato. Per di più, forme che sembrano appartenere circa al medesimo stadio dell'evoluzione linguistica delle forme "Antico Noldorin" dalle Etimologie sono asteriscate in fonti successive (vedere per esempio ekla-mbar, ekla-rista nel dizionario sottostante).

LA STRUTTURA DELL'ANTICO SINDARIN

Sviluppi fonologici

Non tenteremo qui di dare un'elencazione completa delle modifiche fonologiche che incisero sull'Antico Sindarin; vedere le discussioni parola per parola nel dizionario sottostante. Alcuni punti principali possono essere compendiati allo stesso modo. Come affermato sopra, l'Antico Sindarin preserva la sonorità generale dell'Elfico Primordiale molto meglio di quanto non faccia il Sindarin. In particolare, le vocali finali che furono perse successivamente sono ancora al posto; le vocali finali lunghe così caratteristiche dell'Elfico Primordiale sono meramente divenute corte. Per esempio, il primitivo alkwâ "cigno" fornisce l'AS alpha, bélekâ "possente" diviene beleka. (In un caso, tuttavia, una vocale finale lunga sembra persistere in Antico Sindarin, il primitivo magnâ "capace" che fornisce la forma invariata magnâ; questo è probabilmente un errore, di Tolkien o del trascrittore, per *magna.) Quando non finale, la qualità di tre delle primitive vocali lunghe fu alterata in Antico Sindarin: â divenne ó (tale modifica è esplicitamente menzionata in LR:392 s.v. THÔN), ê divenne í e ô divenne ú. Per esempio, vedere ndóko, khíril, rúma nel vocabolario sottostante. Vi sono alcune parole ove tali modifiche non trovano luogo (vedere gása, tára, róna), ma questi possono essere meri errori - di Tolkien o del trascrittore. Le primitive î, û rimasero invariate (normalmente compitate í, ú in Antico Sindarin).

In parecchi casi, le t, p, k primeve divengono th, ph, kh seguendo un'altra consonante, sebbene tale modifica non trovi luogo in alcune parole (Tolkien dimenticò le sue stesse regole?) Vedere thintha nel vocabolario sottostante (dove sono elencati ulteriori riferimenti ad altri vocaboli). Comunque, non vi è evidenza che i gruppi mediali st, sp, sk divengano sempre sth, sph, skh, sebbene tale modifica ricorresse inizialmente: i primitivi stankâ "crepaccio", spangâ "barba" e skalnâ "velato" fornendo in AS sthanka, sphanga, skhalla. (Tale modifica può non essere occorsa al primissimo stadio dell'Antico Sindarin, dacché stabne "stanza" è elencato come AS così come la forma tarda sthamne.) Prima del ph, s sparisce durante la fase dell'Antico Sindarin, come indicato dalle compitazioni (s)pharasse "caccia" e (s)pharóbe "cacciare" (LR:387 s.v. SPAR). Può essere che sth-, skh- parimenti divenisse th, kh in tardo AS (in tardo Sindarin troviamo th-, h-, che è anche come l'originale primitivo th- e kh- appare in Sindarin, suggerendo che la distinzione tra, diciamo, il primitivo sk- e il primitivo kh- sia affatto sparita nel tardo Antico Sindarin). - Alcune parole suggeriscono che t, p, k divennero th, ph, kh anche seguendo un'altra t, p, o k, producendo le aspirate (?) tth, pph, kkh. Vedere rattha nel vocabolario sottostante.

Prima di una nasale, le esplosive afone t, p, k divennero le foniche d, b, g per assimilazione alle nasali foniche. Cfr. fper esempio yadme "ponte" dal primitivo jatmâ, o tulugme "supporto, sostegno" da tulukmê. Altre assimilazioni che trovarono posto alla fase dell'Antico Sindarin comprendono bn > mn, le mediali sm > mm (invariate inizialmente), nm > mm, dn > nn, sr > rrh (= R lunga afona?), ln > ll, ht > tt, hs > ss (per esempi, vedere ammale, Boromíro/Borommíro, etlenna, gêrrha, khalla, matthô-be, watte, wasse nel vocabolario sottostante).

In vocaboli polisillabici, le consonanti finali furono spesso perdute, ma furono preservate nella forma plurale dei sostantivi (dacché esse non erano ivi finali bensì della desinenza plurale -i). Perciò abbiamo coppie come nele pl. neleki, oro pl. oroti, pele pl. pelehi, skhapa pl. skhapati, thele pl. thelehi (vedere il prossimo paragrafo per il significato di tali sostantivi).

In Antico Sindarin appaiono i primi accenni delle lenizioni così rilevanti in tardo Grigio-elfico. Non vi è ancora traccia della fonizzazione di tutte le occlusive post-vocaliche afone (AS beleka che fornisce il Sindarin beleg) o delle esplosive post-vocaliche foniche che divengono spiranti (AS ngolodo "Noldo" che fornisce il Sindarin golodh), ma la lenizione di s in h seguendo una vocale occorre durante lo stadio dell'Antico Sindarin dell'evoluzione linguistica. Vi sono diversi esempi nelle Etimologie: barasa "caldo, rovente" che poi divenne baraha, khelesa "vetro" divenne kheleha, pelesi il pl. di pele "campo recintato" divenne pelehi, e thelesi il pl. di thele "sorella" divenne thelehi. (Per kheleha e pelehi, elencati nelle Etimologie alle voci KHYEL(ES) e PEL(ES), le lezioni errate "khelelia" e "peleki" ricorrono nel testo stampato in LR.)

I Sostantivi

La desinenza plurale in Antico Sindarin era -i, direttamente discendente dal Quenya Primordiale *-î e affine al Quenya -i: boron "vassallo fedele" pl. boroni, toron "fratello" pl. toroni. I sostantivi che terminano in una vocale normalmente perdono tale vocale prima dell'aggiunta della desinenza plurale -i: poto "piede di animale", pl. poti. Comunque, in diversil casi sostantivi in -o hanno invece plurali in -ui: malo "polline", pl. malui; orko "folletto, Orco", pl. orkui; pano "asse", pl. panui; ranko "braccio" pl. rankui. Tale fenomeno occorre quando l'originale, primitiva forma non termina in -o (o evidentemente -ô), ma in -u. Malo, orko, ranko derivano, secondo le Etimologie, dai primitivi smalu, órku, ranku, e mentre in Quenya Primordiale la finale corta -u divenne -o già allo stadio dell'Eldarin Comune, l'Antico Sindarin preserva l'originale qualità della vocale prima della desinenza plurale (anche l'Eldarin Comune deve aver operato in qualche modo). Tuttavia, pano "asse" è detto venire from primitive panô, ed anche il suoplurale in Antico Sindarin è panui. Questo perché l'Antico Sindarin traslò il primitivo oi in ui; confrontare l'AS muina col Quenya moina (primitivo *moinâ, mia ricostruzione; radice MOY). Il primitivo pl. di panô deve essere stato *panôi, successivamente *panoi, divenendo panui in AS. Ciò, comunque, non segue il modello stabilito dal sostantivo poto "piede di animale" menzionato sopra (pl. poti invece di **potui). Per più di una ragione, si è tentati di dismettere la forma plurale panui come una specie di errore e leggere semplicemente pano pl. *pani.

Come menzionato sopra, le forme plurali dei sostantivi in alcuni casi preservano le originali consonanti finali perse nel singolare: nele "dente", pl. neleki (radice NÉL-EK), oro pl. oroti "montagna" (radice ÓROT), skhapa "costa" pl. skhapati (primitivo skhyapat-), pele "campo recintato", pl. pelesi (tardo pelehi) (radice PEL(ES)), thele "sorella", pl. thelesi (later thelehi) (radice THELES), "leone" pl. rówi (primitivo râu, radice RAW). Alcuni dei suoni finali perduti furono ripristinati in Sindarin, evidentemente per analogia coi plurali. Per esempio, oro pl. oroti corrisponde al Sindarin orod pl. ered (la post-vocalica T essendo lenita in D in Sindarin).

In un caso la vocale della forma sg. e pl. di un sostantivo differisce: "mano", pl. mai. Questo in quanto l'Antico Sindarin traslò l'originale lunga â in ó (come ndâkô "guerriero" > ndóko), mentre il dittongo ai fu invariato (come gaia "terrore", primitivo gais-). Così mentre il primitivo mâ3 "mano" divenne , il primitivo pl. *ma3i, successivamente *mai, rimase mai.

Eccetto che per l'inflessione plurale vi sono piccole dirette evidenze di inflessioni in Antico Sindarin. C'è la parola thoronen, detta essere il "gen.sg." del vocabolo per "aquila"; il nominativo non è dato, ma poteva essere *thoron (come in Sindarin). Tale desinenza genitiva -en occorre anche nel Quenya (o "Qenya") delle Etimologie, ma Tolkien posteriormente la cambiò in -o, discendente dal primitivo -ho (WJ:368, cfr. 3O nelle Etimologie, LR:360). Ciò probabilmente getta considerevoli dubbi sulla desinenza -en in Antico Sindarin maturo (se posso usare tale termine). In WJ:370, Tolkien argomenta che il Sindarin aveva probabilmente sviluppato l'inflessionale -ô nel "periodo primitivo" (più tardi presumibilmente *-o, dopo l'accorciamento delle vocali finali). Egli nota che "il piazzamento del sostantivo genitivo in seconda posizione nel normale Sindarin [come Aran Moria, "Re di Moria"] è probabilmente derivato anche da forme inflessionali" in -ô, *-o. Sembra che secondo la matura concezione di Tolkien del linguaggio, dovremmo probabilmente leggere*thorono per thoronen.

Indirette evidenze dal tardo Sindarin suggeriscono che l'Antico Sindarin possa anche aver avuto un locativo vivente in *-sse (una desinenza di caso ben nota dal Quenya, essendo l'Alto-elfico molto più conservativo del Grigio-elfico). I Tolkien-linguisti convengono sul fatto che la parola ennas "là" nella Lettera del Re (SD:128-129) deve essere derivata dall'antico *entasse, sc. un termine enta "quello situato laggiù" (noto dal Quenya, LR:356 s.v. EN) con una desinenza locativa che esprime "in quel [luogo] situato laggiù" = "là". Se l'Antico Sindarin ebbe un locativo, forse anche l'allativo e l'ablativo erano casi ancora viventi?

I Verbi

L'infinito: La desinenza infinita -ie, nota dal Quenya (UT:317), appare anche in Antico Sindarin: bronie "resistere, tollerare, sopravvivere", etledie "andare all'estero, andare in esilio", ndakie "ammazzare", orie ed ortie "sorgere", tre-batie "traversare", trenarie *"raccontare, dire fino alla fine", warie "tradire, ingannare". (Nelle Etimologie, trenarie è esplicitamente definito una forma "inf." alla voce NAR2, LR:374.) Un altro gruppo di verbi mostra la desinenza infinita -be: buióbe "servire, seguire", matthô-be "maneggiare", naróbe *"narrare una storia", ortóbe "rialzare", phalsóbe "schiumeggiare", pharóbe (più antico spharóbe) "cacciare", phuióbe "provare disgusto, aborrire", puióbe "sputare", rostóbe "scavare, escavare", wattóbe "macchiare, tingere". (Naróbe è realmente glossato "egli narra una storia", ma può a malapena essere una forma in 3. persona presente.) Alla luce di tali esempi, dobbiamo concludere che parthóbi "sistemare, comporre" è probabilmente un travisamento di *parthóbe.

Il passato: Il corpus contiene solo tre esempi di tempo passato: lende "andava" (dalla radice LED, altre forme non attestate ma cfr. l'infinito etledie "andare all'estero, andare in esilio", che è essenzialmente il medesimo verbo col prefisso et- "fuori"), narne *"narrò una storia" (infinito naróbe), e ndanke, passato di ndakie "ammazzare". i tempi passati lende e ndanke sono formati dalle loro radici (LED, NDAK) per mezzo di infissione nasale, procedimento noto anche dal Quenya (invero lende è anche una parola Quenya, col medesimo significato). Narne mostra la desinenza passata -ne, anche ricorrente in Quenya.

Il presente: Un possibile esempio del tempo presente è il vocabolo persôs "esso influenza, concerne". La desinenza -s sembra essere un suffisso pronominale "esso". Senza di essa, tale verbo può apparire come *persa "influenza, concerne" (dacché la primitiva desinenza verbale -â,come ogni altra -â, diverrebbe -a invece du ô quando finale).

L'aoristo (?): Vi sono pochi verbi che mostrano la desinenza -e, o -i- quando una desinenza segue; questa dovrebbe apparire come la stessa forma che è stata identificata come l'aoristo in Quenya, con le medesime desinenze: yurine "io corro" (where -ne = "io") e trenare "egli racconta". "Egli corre" ed "io racconto" dovebbero presumibilmente essere *yure, *trenarine.

Pronomi

Soltanto due desinenze pronominali sono attestate: -s "esso" in persôs "esso influenza, concerne" (la quale desinenza è anche nota dal Quenya), e -ne "io" in yurine "io corro". La seconda desinenza può essere affine al Quenya -nyë (dacché il più antico *ny, *nj divenne n in Lindarin Comune, l'antenato sia del Telerin che dell'Antico Sindarin). Alternativamente, tale desinenza può rappresentare il primitivo -ni, sc. la prima persona sg. radice NI "I" usato come una desinenza (LR:378). La 3. persona singolare può evidentemente essere espressa per mezzo della sola radice verbale, come in trenare "egli racconta, riferisce", ove non sembra siano presenti elementi pronominali.

VOCABOLARIO DELL'ANTICO SINDARIN con note etimologiche

La maggior parte dei vocaboli viene dalle Etimologie; sono state incluse poche parole da altre fonti (UT, WJ, PM). Il secondo gruppo di vocaboli non è esplicitamente identificato come Antico Sindarin, ma sembra miglior cosa collocarlo in tale lista. Usualmente, essi sono anche inclusi nel vocabolario dell'Elfico Primordiale, con la nota che essi possono essere dell'Antico Sindarin.

Osservare che le combinazioni ph, th, kh rappresentano le aspirate p, t, k (LR:322), non i suoni spiranti che si odono nell'inglese philosophy e think e nel tedesco ach. (È possibile, tuttavia, che i suoni spiranti siano intesi in certe combinazioni; , la parola rattha può essere intesa come contenesse un'aspirato tth, sc. t seguito da th come in think). Sono usati sia i circonflessi (nei macron delle fonti) che gli accenti. I circonflessi devono contrassegnare vocali lunghe; gli accenti sembrano in alcuni casi marcare il tono (p.e. spíndele, ngalámbe, trenárna), ma normalmente un accento indica che una vocale è lunga (come in "lion"; ovviamente, non vi possono essere dubbi su quale sillaba è accentata in una parola monosillabica). L'ortografia di Tolkien non è del tutto coerente; per esempio, abbiamo sia ô che ó per la o lunga. Non c'è ragione di presumere che qui sia intesa alcuna sottile distinzione sulla lunghezza delle vocali (come in tardo Sindarin, laddove Tolkien usa i circonflessi a indicare vocali molto lunghe). Cfr. per esempio taluni verbi come buióbe e matthô-be; sicuramente questi potrebbero ben essere stati compitati buiô-be e matthóbe.

Vocaboli primitivi "ricostruiti" da Tolkien stesso non sono qui asteriscati, sebbene egli usualmente li asteriscasse. Osservare che nelle parole primitive, i circonflessi (per macron nelle fonti) indicano sempre vocali lunghe, mentre gli accenti indicano tonicità. Nei vocaboli primitivi, generalmente preferiamo lo spelling j per il suono della y come nell'inglese you (la compitazione di Tolkien è inconsistente, e talvolta fu pure alterata dal trascrittore).

          abóro "Avar", "Elfo che non lasciò mai la Terra di Mezzo o iniziò la marcia [da Cuiviénen]". Nelle Etimologie, tale vocabolo era derivato da una radice AB-, ABAR- "rifiutare, negare" (LR:347), e la forma primitiva era data come ábârô (o ábâro), includendo la desinenza personale (maschile/agentale) -ô: un ábârô è quindi un "rifiutatore" (che è, uno che rifiutò l'invito dei Valar a raggiungerli in Valinor). Quando non finale, la primitiva lunga â diviene ó in Antico Sindarin; per un altro esempio cfr. ndóko (q.v.) da ndâkô. (In parole monosillabiche, â può divenire ó pure quando finale; cfr. "mano" from .) Comunque, le finali primitive lunghe -â, -ê, -î, -ô, -û meramente divengono corte; la qualità delle vocali è invariata: perciò la finale -ô di ábârô diviene -o in abóro. - La ricostruzione ábârô e la radice AB-, ABAR- sono rimpiazzate da informazioni fornite da Tolkien in una fonte che è di circa un quarto di secolo più giovane delle Etimologie, specificamente il saggio Quendi ed Eldar circa del 1960 (WJ:360-423). In WJ:370, la radice dalla quale le parole Quenya e Sindarin per Avari sono derivate è detta essere ABA. Tale radice "probabilmente derivata da un primitivo elemento negativo, o esclamazione, come *BA 'no'! (...) esprime rifiuto di fare ciò che altri potrebbero desiderare o incoraggiare". La più antica forma è ora detta (in WJ:371) essere abaro, non come in Etim ábârô con le lunghe â e ô. Mentre Tolkien originariamente mantenne la r come una parte della radice ABAR data in Etim (LR:347), abaro dev'essere analizzato come la nuova radice ABA con la più lunga desinenza agentale -ro. La nuova ricostruzione abaro è detta aver fornito l'Eldarin Comune abar (WJ:371), il quale dovrebbe anche esserne stato la forma Antico Sindarin. La forma plurale *abari dovrebbe aver fornito il plurale Sindarin Evair, il quale è attestato in WJ:380 (detto essere un vocabolo noto solamente ai Maestri di tradizione). La primeva ricostruzione ábârô, che fornisce l'Antico Sindarin abáro, invece produsse il Sindarin ("Noldorin") Afor, pl. Efuir, più tardi Efyr (LR:347 - f in queste parole è giusta una peculiare maniera di compitare la v; leggi Avor pl. Evuir, Evyr). Sembrerebbe che tutte queste forme fossero rese obsolete dal più maturo concetto di Tolkien come enunciato in Quendi ed Eldar.
          alpha "cigno". La forma primitiva data come alk-wâ, derivata da una radice ÁLAK "impetuoso" (LR:348). Alk-wâ sembrerebbe essere una formazione aggettivae (desinenza -, riguardo alla quale vedere katwe), così la parola primitiva probabilmente ebbe il medesimo significato della radice: "impetuoso", poi usato come un sostantivo "(uno) impetuoso" ed applicato a un animale. Nell'intero ramo Lindarin della famiglia dei linguaggi Elfici, il primitivo kw assai presto divenne p (WJ:375 cfr. WJ:407 nota 5), così alk-wâ, alkwâ dapprima divenne alpa (la qual forma persistette nel Telerin di Aman), ma nell'evoluzione dell'Antico Sindarin, una susseguente modifica volse p, t, k seguenti una l o r liquida in ph, th, kh, rispettivamente. Perciò la forma alpha (a sua volta fornendo il Sindarin alph pl. eilph - vedere UT:265, nota a piè di pagina). Confrontare salpha, e per altri esempi di p, t, k > ph, th, kh a seguire l o r vedere bértha-, parkha, parthóbi, pelthaksa, sulkha. (Per termini dove tale cambio non trova luogo, vedere awarta, ngurtu, orko/orkui, ortie, ortóbe. Dacché le successive forme Sindarin sono awartha, gurth, orch/yrch e ortho, sembrerebbe che la modifica eventualmente occorresse dopo tuttol; le forme abnormi possono essere spiegate come iniziali in Antico Sindarin, in seguito divenute *awartha, *ngurthu, *orkho/orkhui, *orthie, *orthóbe.)
          ammale, ammalinde "uccello giallo, 'martello giallo' ", derivato da una radice SMAL "giallo" (LR:386). Le forme primitive sono date come asmalê, asmalindê; questi esempi indicano che in Antico Sindarin, il gruppo sm fu assimilato a mm tra due vocali. Ambedue i vocaboli mostrano una a prefissa che è probabilmente solo la radice vocalica raddoppiata, ed il suffisso -ê è probabilmente una desinenza femminile. Asmalindê mostra una desinenza femminile più lunga -indê, non altrimenti menzionata come una forma primitiva, ma cfr. il Quenya -indë come in Serindë (Þerindë) "Tessitrice" (PM:333).
          anda "lungo", solamente attestato nel composto andatektha, q.v. Derivato dalla radice indefinita ÁNAD, ANDA (LR:348); la forma primitive vi è data come andâ con la comune desinenza aggettivale -â, sebbene alcuna forma Antico Sindarin vi sia elencata (ma il tardo Sindarin and, ann è menzionato).
          andatektha "simbolo di vocale lunga" (= Q andatehta, un simbolo usato nella scrittura ad indicare che una vocale è lunga; elencato in LR:391 s.v. TEK). Composto di anda e tektha (q.v.), non altrimenti attestato in Antico Sindarin. La forma "Noldorin" che discendeva da andatektha è data in Etim come andeith, corrispondente al Sindarin andaith in SdA Appendice E: "In tal modo [il modo Tengwar del Beleriand] la lunghezza della vocale veniva così indicata dall'«accento acuto», chiamato in tal caso andaith, «segno lungo»."
          ango "nipote, discendente". Derivato da una radice ÑGYÔ, ÑGYON (LR:377) che è glossata similmente; ciò è probabilmente da intendersi come un potenziamento della radice , YON "figlio" (LR:400), dacché Tolkien operò un riferimento incrociato a tale radice. Gli affini Quenya e Telerin di ango sono indyo ed endo, rispettivamente; queste forme assieme puntano ad una primitiva forma ñgjô, identica alla forma ÑGYÔ elencata da Tolkien (y = j). I dettagli possono essere dibattuti ma dobbiamo probabilmente presumere uno sviluppo più o meno come ñgjô > *ñdjô > *ñdô > *añdo > ango (confrontare lo sviluppo Quenya *ñdjo > *iñdjo > indyo, e il Telerin ñgjô > *ñdjô > *ñdô > *eñdo > endo). La ragione per cui una a (in Quenya una i, in Telerin una e) si sviluppò prima di ñ è evidentemente che questo suono iniziale era divenuto sillabico; PM:360 rende evidenza che prima di una ñ sillabica, dovrebbe svilupparsi in Sindarin una vocale a (ed una i in Quenya), come nel nome Angolodh da ñgolodô ove la consonante iniziale era sillabica (Quenya Ingoldo; la forma Sindarin Angolodh non era effettivamente usata, ma la sua forma Antico Sindarin dovrebbe nondimeno essere stata *Angolodo). - Il termine ango "nipote, discendente" non fornì alcuna parola Sindarin, probabilmente in quanto divenne identico ad ang "ferro" (Antico Sindarin *anga) dopo la perdita delle vocali finali.
          anu "un maschio (d'Uomini o Elfi), animale maschio. Derivato da una radice 3AN (LR:360), semplicemente definita come "male". La forma primitive dovrebbe essere *3anû, una desinenza maschile discretamente ben attestata essendo aggiunta alla radice (cfr. per esempio kherû "padrone" [Lettere.282], donde il Quenya heru "signore"). Per la perdita dell'iniziale 3 (ricostruita anche come h), cfr. elwa da *3elwâ.
          Araume < Oroume "Oromë", nome di un Vala. Nelle Etimologie, tale vocabolo fu derivato da ORÓM (LR:379), una forma raddoppiata di ROM "rumore intenso, squillo di corno, ecc." (LR:384; cfr. romba, róma). La forma primitiva del nome fu data come Orômê (LR.379). La desinenza -ê è a sorpresa nel nome di un Vala maschio, dacché tale desinenza è normalmente femminile. In questo caso, -ê è forse da preferire come una desinenza astratta; cfr. WJ:400, dove è detto che gli Eldar interpretano il nome come "che soffia nel corno". Da Orômê Tolkien dapprima derivò l'Antico Sindarin Oroume; dovremmo piuttosto aspettarci **Orúme, dacché il primitivo ô forniva l'AS ú (vedere brúna per un esempio). Forse "ou" è solo un altro modo di compitare ú; vedere doume sotto dogme. Questo strano "ou" quindi volge in au in Araume (sebbene ú dovrebbe regolarmente essere invariato in Sindarin!), e allo stesso tempo, l'iniziale o misteriosamente diviene a (qualche sorta di dissimilazione?) Lo sviluppo sembra essere piacevolmente ad hoc; Tolkien punta direttamente alla forma in Classico Sindarin Araw, forse aveva già deciso per essa prima che tentasse di selezionare le tortuosità fonologiche. Il preciso significato del nome rimane vago; esso semplicemente ha qualcosa a che fare con corni o squilli di corno. Tuttavia, tale spiegazione del nome Oromë/Araw è resa obsoleta dall'informazione fornita nel saggio Quendi ed Eldar, scritto circa un quarto di secolo più tardi. Tolkien rigettò l'interpretazione "che soffia nel corno" o "soffiatore di corno" come una mera etimologia poplare da parte degli Elfi; non vi era realmente alcuna connessione con la radice ROM dopotuttol. Tolkien decise che il nome di Oromë fosse effettivamente adattato dalla forma che il suo nome aveva nel linguaggio dei Valar. In Valarin, il nome semplicemente denota Oromë e non ha etimologia oltre a quella (WJ:400-401). L'originale forma Valarin era Arômêz (con una speciale varietà, aperta e simile ad A, di ô); il più antico adattamento Elfico fu Arâmê, posteriormente divenendo Arômæ (con ô simile ad A), poi Araum(a), quindi Araumh (mh = nasalizzata v) ed Arauv, finalmente divenendo Araw in classico Sindarin. La forma Arômæ può essere vista come Antico Sindarin. Nello schema fonologico usato da Tolkien nelle Etimologie, il primitivo Arâmê dovrebbe aver fornito l'Antico Sindarin *Aróme, il quale gli è per lo meno prossimo (ma le idee di Tolkien circa lo sviluppo del Sindarin furono chiaramente modificate negli anni, così non è una sorpresa se non vi è pieno accordo tra le Etimologie ed il saggio Quendi ed Eldar, scritto molto più tardi).
          awarta "dismettere, abbandonare". Derivato da una radice WAR- "cedere il passo, desistere, non sopravvivere, piantare in asso, tradire" (LR.397); la forma primitiva dovrebbe essere awartâ-. Il suffisso verbale - è assai comune; l'apposizione come prefisso della radice vocalica probabilmente è semplicemente intensiva. Contrasta col più semplice verbo warie "tradire", derivato dalla medesima radice, ma senza vocale prefissa (e neppure alcuna desinenza). - La forma awarta deve essere iniziale Antico Sindarin, successivamente, t che segue r divenne th (presumiblilmente producendo awartha-, la qual forma è attestata in tardo Sindarin). Confrontare bértha- da *bertâ-.
          Bala "Potenza, Dio, Vala". Nelle Etimologie derivato da una non definita radice BAL (LR:350); una voce successiva BEL "forte" è comunque confrontata con BAL, così il significato elementare può avere qualcosa a che fare con "potere". La forma primitiva di bala è data come *bálâ, una formazione che sembra equivalente a Bánâ da BAN; vedere Bana sotto. In WJ:403 Tolkien fornisce qualche informazione circa il Quenya Vala, lo stretto affine di Bala. Vala (e perciò Bala) è propriamente un verbo "ha potere", e la forma plurale Valar (Antico Sindarin *Bali?) può essere interpretata "coloro che hanno potere". Susseguentemente questi verbi furono anche usati come sostantivi: "una Potenza, le Potenze". - Il termine Bala come tale non sembra avere alcun discendente indipendente in Sindarin; la parola Sindarin per Vala, Balan, discende dalle più lunghe forme Balane, Balano.
          Balandor "Valinor", *"Terra del Vala" (LR:350 s.v. BAL). Composto di Bala "Vala" e ndor "terra", q.v.
          Balane forma fem. di Bala, "Valië" (LR:350 s.v. BAL). Primitivo *Balanê, sc. la forma più elementare Bala (vedere sopra) con la desinenza femminile - aggiunta a produrre una forma di genere specifico. Vedere Balano.
          Balano forma masc. di Bala, " Vala (maschio)" (LR:350 s.v. BAL). Primitivo *Balanô, sc. la forma più elementare Bala (vedere sopra) con la desinenza maschile -aggiunta a produrre una forma di genere specifico. In tardo Sindarin, doipo la perdita delle vocali finali, il masc. Balano e il fem. Balane confluirono a produrre una parola di genere neutrale per Vala, Balan.
          Balthil un nome dell'Albero Bianco di Valinor (LR:350 s.v. BAL). La forma Sindarin con umlaut discendeva da essa, Belthil, è tradotto "Radianza Divina" nell'indice del Silmarillion. La parola sembra essere semplicemente un composto di due radici, BAL e THIL (LR:350, 392). BAL fornisce parole per "Vala" e perciò "divino" (vedere Bala sopra), mentre THIL è dichiarato (in LR:392) essere una variante della radice SIL, dal significato "argento splendente" (LR:385, confrontare Lettere:425, terza nota a piè di pagina). La formazione Balthil sembra essere alquanto simile a Narsil, detto (in Lettere:425) essere "composto di 2 radici di base senza variazione o aggiunte".
          Bana "Vana", nome di una Valië (la forma Quenya è compitataVána nella versione pubblicata del Silmarillion). La forma primitiva è data come Bánâ. La desinenza -â è usualmente aggettivale e mai esplicitamente femminile; può semplicemente essere la radice vocalica suffissa ed allungata, ma bánâ può originariamente essere stato un aggettivo che fu successivamente usato solo come un epiteto di tale dea (comparare il nome Quenya di un'altra dea, Varda, originariamente un aggettivo "elevata, sublime"; vedere barada). Bánâ è derivato da una radice BAN (LR:351) che non è definita come tale, ma sembra che abbia a che fare con bellezza; è l'origine del Quenya vanya "bello". Se bánâ è propriamente un aggettivo, può avere un significato simile. In Antico Sindarin, era anche usato il composto Bana-wende (*"fanciulla Vána" o pure *"Bella fanciulla"); vedere wende. - In WJ:383, riproducendo una tarda fonte (ca. 1960), è detto che il nome Quenya di tale Valië, Vána, è invece derivato da una radice WAN; tale radice ha a che fare con colori pallidi, anche associata con bellezza (più dell'inglese fair). Qui, la forma primitiva è probabilmente intesa come *Wânâ, che fornirebbe *Wóna in Antico Sindarin.
          barada "elevato, sublime" (o "scosceso" se = Sindarin baradh, il vocabolo che produce). Derivato da una radice BARÁD (LR:351), in sè non definita ma è suggerito sia una forma espansa di BAR, ipoteticamente detto voglia dire "alzarsi" (LR:351); BARÁD potrebbe significare qualcosa come *"sollevato, alzato" e perciò "elevato, sublime". La forma primitiva è data come barádâ, mostrando la normale desinenza aggettivale -â (in Quenya, il nome della dea Varda, La Sublime, è derivato da questo primitivo aggettivo).
          baraha, primitivo barasa, "caldo, rovente". Derivato da una non definita radice BARÁS (LR:351) detta essere ritrovata solamente nel "Noldorin" (leggi: Sindarin). La forma primitiva è data come barasâ (accentata sulla sillaba finale), mostrando la comune desinenza aggettivale -â. La più antica forma AS fu barasa, posteriormente divenuta baraha con la lenizione dell'intervocalica s in h. (Per altri esempi di tale lenizione, cfe. pelehi, thelehi under pele, thele; vedere anche kheleha.)
          barane "marrone, [swart], bruno". La forma primitiva dovrebbe essere *baráni, sc. la radice BARÁN (LR:351) con la desinenza -i, assai comune in primitivi aggettivi di colore (confrontare in particolare karani "rosso" da KARÁN, LR.362). La forma composta Quenya varni- preserva l'originale qualità della vocale finale (incomposta varnë, con la medesima modifica della finale corta -i in -e come in Antico Sindarin; tale modifica sembra essere occorsa allo stadio dell'Eldarin Comune, ed è pertanto comune in Antico Sindarin, Quenya e Telerin).
          barasa "caldo, rovente"; vedere baraha (la forma tarda).
          Barathi, anche Barathil "Varda, Elbereth" (LR:351 s.v. BARATH). La forma Barathil sembra essere secondaria, con una più lunga desinenza femminile -il anche vista in khíril "signora" (ed in Bradil, un altro nome di Varda, più tardi depennato). Il secondo elemento nel normale nome Sindarin della dea Varda, Elbereth, discende da Barathi (con un elemento el- "stella" prefisso); vedere elen-barathi. Secondo RGEO:74, il Sindarin bereth (da barathi) indica "consorte", usato per la consorte di un re, perciò venendo a significare "regina": Varda è sia la Regina dei Valar che la consorte di Manwë. Nelle Lettere:282, Elbereth è tradotto "Signora delle Stelle", fornendo anche un'altra glossa per bereth e perciò barathi: "signora". Nelle Etimologie, la radice BARATH dalla quale Barathi è derivato non è chiaramente definita, ma meramente suggerita essere "correlata a BAR e BARÁD". Riguardo alla seconda, vedere barada. La radice più elementare qui è chiaramente BAR, ipoteticamente definita come "alzarsi" e perciò in grado di fornire vocaboli per qualcosa di alto o elevato; BARÁD e BARATH chiaramente sono semplicemente forme estese di BAR, e BARÁD (producendo parole per "elevato, sublime, erto") è detto essere stato "mescolato" con BARATH. Tolkien derivò Barathi dal primitivo Barathî, che mostra la desinenza femminile -î. Dacché Barathî fu definito come "consorte di Manwe, Regina delle Stelle", sembra implicare che tale fosse il primo nome che i primi Elfi diedero a Varda. Barathî dovrebbe aver prodotto *Varsi in Quenya; comunque, Tolkien immaginò che tale primitivo nome si fosse fuso con l'aggettivo barádâ "elevato, sublime", il quale fu la vera origine del nome Quenya Varda. Comunque, l'antico nome persistette in Sindarin, a fornire l'elemento finale del successivo nome Elbereth. - Sembra piuttosto dubbio che Tolkien con barathî intendesse indicare semplicemente "consorte" allorquando scrisse le Etimologie, sebbene questo fosse il modo in cui egli definì il Sindarin bereth in RGEO:74 molti anni più tardi. Barathî fu probabilmente dapprima inteso a significare *"colei che è sublime/elevata". Forse Tolkien posteriormente, dopo aver adottato l'interpretazione "consorte", immaginò che bereth includesse la desinenza femminile Sindarin -eth, primitiva -ittâ (PM:345); se così la forma primitiva dovrebbe piuttosto essere *berittâ o *barittâ (e la forma in Antico Sindarin *berittha o *barittha).
          bata "sentiero battuto, viottolo". Derivato da una radice BAT (LR.351); la forma primitiva è data come bátâ (o báta, ma questo dovrebbe aver fornito invece l'Antico Sindarin **bat). La desinenza -â è talvolta usata a formare sostantivi (più spesso aggettivi), ma in tal caso sembra essere semplicemente la radice vocalica raddoppiata e suffissa. È anche possiblie che -â avesse qui un significato locale; confrontare rattha, yura.
          batthô "calpestio" (indicato come accentato sulla sillaba finale). Derivato da una radice BAT "passo" (LR:351); la forma primitiva è data come battâ- (come batthô indicato come accentato sulla sillaba finale). Si è detto che in battâ, la "consonante mediale [è] allungata in formazione frequentativa": la T della radice BAT "passo" è duplicata a simboleggiare l'azione ripetuta: *"passare ripetutamente" = "calpestare". In Antico Sindarin, il primevo tt diviene tth (comparare rattha, q.v., da rattâ; è probabile che il primitivo kk, pp similmente divenne kkh, pph: sebbene non abbiamo espliciti esempi, posteriori vocaboli Sindarin suggeriscono un loro sviluppo in AS). Normalmente, la lunga finale -â in parole polisillabiche diviene -a in vocaboli Antico Sindarin (vedere abóro). Pertanto, potremmo esserci aspettati battâ- a fornire *battha- invece di batthô. La â non finali lunga può regolarmente divenire ó (qui compitata ô), e così la finale â in parole monosillabiche (vedere ). Ciò che fa la differenza è evidentemente che in battâ-, la finale -â era tonica (giusto come è anche la vocale finale di batthô). L'accento tonico dovrebbe essersi spostato sulla prima sillaba in batho, la tarda forma Sindarin. Quando Tolkien scrisse ciò, doveva già aver deciso che le originali vocali finali fossero perse in Sindarin. Qui egli sembra giocare col concetto che le vocali finali toniche non andarono perdute, che batthô (tonico in -ô) dapprima divenne bathó in Sindarin, la vocale finale sopravvivendo in quanto accentata, l'accento movendo dalla prima sillaba solo più tardi, in base a come evolveva il classico modello di accentazione. Un verbo Sindarin in una voce primeva nelle Etimologie punta nella medesima direzione: berio "proteggere", derivato da una primitiva forma barjâ (baryâ); ancora una volta, Tolkien accortamente indica che la finale -â era accentata (LR:351 s.v. BAR). Egli probabilmente presumeva che barjâ in Antico Sindarin divenne *baryô (baryó), ancora tonica sulla vocale finale, la quale a sua volta fornì il Sindarin *berió, poi berio con l'accento tonico su di un'altra sillaba. Comunque, l'evidenza è che Tolkien decise brevemente in un secondo momento per un modo alquanto differente di derivare verbi Sindarin in -o da primitive forme in -â, rigettando l'idea della "vocale finale tonica" che sperimentò nelle prime voci delle Etimologie. (In voci successive, pure la finale tonica -â diviene -a piuttosto che -ô in Antico Sindarin; vedere khalla.) Invece di presumere che -â fosse originariamente tonica, egli introdusse una desinenza infinita -be; nelle Etimologie, dapprima la presentò alla voce BEW (ove buio "servire, seguire" è derivato dall'Antico Sindarin buióbe, q.v. riguardo lo sviluppo fonologico). Forse Tolkien avrebbe dovuto derivare il Sindarin batho dall'Antico Sindarin *batthóbe, non batthô, se avesse trovato il tempo di rivedere tutte le sue note e ricondurle in accordo con le sue nuove intuizioni.
          belda "forte", derivato da una radice BEL di significato simile (LR:352); la forma primitiva dovrebbe essere *beldâ con fortificazione mediale l > ld ed aggettivale -â. (Confrontare kuldâ "rosso dorato" da KUL, LR:365.)
          beleka "possente, immenso, grande". Derivato dalla medesima radice BEL "forte" (LR:352) come belda sopra. Tolkien dapprima menziona una forma bélek, la quale è probabilmente da intendersi come una variante estesa di BEL, con la radice vocalica raddoppiata e suffissa (cosiddetta ómataina, estensione vocalica) ed una consonante -k aggiunta. Quindi segue la forma primitiva bélekâ, la quale è chiaramente tale radice estesa con la the comune desinenza aggettivale -â.
          belka "eccessivo" - attestato come un vocabolo Telerin, ma "probabilmente da AN", Antico Noldorin (LR:352). Naturalmente, nessun termine Antico Sindarin avrebbe potuto valicare l'oceano per entrare nel parlato dei Teleri di Aman. Separato dalle difficoltà causate dalle revisioni di Tolkien della storia di tale linguaggio, belka dovrebbe essere semplicemente una forma variante di beleka, derivato dalla medesima radice BEL "forte". Nel caso di belka, la forma primitiva dovrebbe essere *belkâ con una desinenza aggettivale - aggiunta direttamente alla radice (piuttosto che alla più corta desinenza -â aggiunta alla radice estesa bélek- come sopra). Riguardo alla desinenza aggettivale -, cfr. per esempio poikâ "netto, puro" da POY, LR:382.
          belle "potenza (fisica)". Derivato dalla medesima radice BEL (LR:352) come belka ebelda sopra; la forma primitiva di belle dovrebbe più probabilmente essere *bellê, dacché la desinenza -ê è spesso astratta. Il raddoppio della l potrebbe essere una "fortificazione mediale", sebbene l > ld sia più comune. (Osservare che l'Ilkorin bel è detto derivare da belê senza raddoppio della l.) Concepibilmente bellê potrebbe anche essere la radice BEL con l'universale ed astratta desinenza - (VT39:16).
          berina "impavido, audace". Derivato da una radice BER "valente" (LR:352); questa è una formazione aggettivale equivalente a malina (q.v.) da smalinâ: primitivo *berinâ.
          bértha- "essere audace" (l'accento probabilmente indica che è la prima sillaba che è accentata, non che la e è lunga). Derivato da una radice BER "valente". La forma primitiva dovrebbe essere *bertâ-, il comune suffisso verbale - essendo usato in una maniera alquanto inconsueta: a formare un verbo stativo, che descrive qualcosa che uno è piuttosto che qualcosa che uno fa. Normalmente, - forma verbi transitivi o pure causativi (p.e. tultâ- "far venire" da TUL- "venire", LR:395). - Seguendo r e l, la primitiva t diviene th in Antico Sindarin; vedere alpha. Dacché ngurtu (non *ngurthu) è detta essere una forma Antico Sindarin, può essere che tale modifica ricorresse durante lo stadio dell'Antico Sindarin, così che una forma iniziale di bértha- fu *bérta-
          besse "moglie" (o "donna"?) Derivato da una radice BES "sposarsi" (LR:352); la forma primitiva è data come bessê. Il vocabolo potrebbe includere la desinenza (femminile?) - vista in NDIS-SÊ (LR:375), donde il Quenya nissë "donna". Alternativamente, il raddoppio della S di BES è qualche sorta di fortificazione mediale, e la desinenza è semplicemente il suffisso femminile -ê. - Non possiamo essere assolutamente sicuri del fatto che besse significhi "moglie" o semplicemente "donna"; il primitivo bessê è definito come "moglie" (rispecchiando il significato della radice "sposarsi"), mentre il Sindarin bess ha un significato generalizzato "donna". La forma intermedia in Antico Sindarin besse è menzionata, ma non definita. Essa probabilmente indica ancora "moglie"; l'enunciazione alla voce BES sembra indicare che essa era il Sindarin bess e non la forma iniziale besse che era usata per rimpiazzare termini primevi per "donna". Vedere anche LR:378.
          bioro, anche biuro, "seguace, vassallo". Derivato da una radice BEW "seguire, servire"; la forma primitiva è data come beurô con la desinenza maschile (spesso, come qui, agentale) - (WJ:371). Sembra che il primitivo eu dapprima divenne iu e poi io; biuro è probabilmente da intendersi come una forma più antica, successivamente (ma ancora durante lo stadio dell'Antico Sindarin) divenendo io. Confrontare sniuma "laccio" da *sneumâ; la tarda forma "Noldorin" hniof (Sindarin *nýw) suggerisce che iu più tardi divenne io (*snioma). - Nelle Etimologie, il nome Bëor è derivato da bioro. La versione pubblicata del Silmarillion (cap. 17) ammette che Bëor significhi "Vassallo", ma in questo libro, il nome è detto essere derivato dal linguaggio proprio della gente di Bëor, non dall'Elfico: il concetto di Tolkien sembra aver subito alcune revisioni. (In Sindarin, l'antico bioro, biuro dovrebbe produrre býr piuttosto che beor; forse Tolkien, desiderando tenere il nome di antica data Bëor pure dopo ch'egli ebbe riveduto la fonologia Sindarin, lo trasferì dal Grigio-elfico all'Umanico per questo buon motivo.)
          Boromíro nome masc., *"Gioiello Fedele", Boromir (LR:353 s.v. BOR; la variante Borommíro si trova in LR:373, sotto MIR). La voce BOR indica che Boromíro rappresenta Boronmíro; la forma Borommíro alla voce MIR dovrebbe riflettere nm nella forma di una doppia mm, n essendone assimilata. il primo elemento, non assimilato boron, è apparentemente più o meno identico al vocabolo indipendente boron, vedere sotto. L'elemento míro è evidentemente una variante di míre "gioiello", q.v., la desinenza maschile -o sostituendo -e quando la parola è usata come la parte finale di un nome maschile. - In una nota a piè di pagina in SdA Appendice F, è detto che il nome Boromir è una forma "ibrida", il contesto indica che ciò significa che essa contiene sia elementi Quenya che Sindarin; questa è probabilmente la maniera di Tolkien di spiegare perché la m di Boromir non è lenita in v. Nelle Etimologie, ove le forme Boromíro, Borommíro, Boronmíro sono citate come la storica origine di tal nome, non vi è traccia di questa tarda nozione per cui il nome sarebbe in qualche modo "ibrido". Nelle Etimologie, Boromir è descritto come "un antico nome N[oldorin] [successivamente: Sindarin] di antica origine". Mentre il nome esisteva prima che SdA fosse scritto, le idee di Tolkien circa la sua esatta storia sembrano aver subito revisioni.
          boron "risoluto, uomo fidato, vassallo fedele", pl. boroni (LR:353 s.v. BOR). Derivato da una radice BOR- "sopportare" (LR:353); una forma primitiva è data come bóron- (il trattino suggerendo che qualche vocale finale, forse la -o maschile, era originariamente presente). La forma bóron- mostra ómataina (raddoppio della radice vocalica) e la desinenza -n; invero la radice BORÓN, anche elencata in LR:353, è detta essere una "estensione" di BOR ed una "forma verbale" di borón- (osservare la differenza di tono). La desinenza plurale vista in boroni discende direttamente dalla primitiva -î. - Per un possibile parallelo di boron pl. boroni da BOR, vedere toron pl. toroni da TOR (cfr. anche *thoron).
          Boronmíro > Boromíro (nome masc.) (LR:353 s.v. BOR). Vedere Boromíro.
          [Bradil] (depennato) "Varda". Questo nome rigettato della Dea delle Stelle fu derivato da una radice BARÁD (LR:351), riguardo alla quale vedere barada. La forma brad- ha perso la prima, non accentata vocale di BARÁD (cfr. branda sotto); la desinenza -il è un suffisso femminile trovato anche in Barathil e khíril (q.v.)
          branda "elevato, nobile, fine". La stessa parola ricorre nel Telerin di Aman. Derivato da una radice BARÁD, in sé non definita; vedere barada per alcuni commenti su tale radice. La forma primitiva di branda è data come b'randâ, mostrando la perdita della prima A, infissione nasal (o fortificazione mediale d > nd) e la comune desinenza aggettivale -â. Forse dobbiamo intendere che la forma assai più antica fosse *barandâ con la prima vocale intatta; posteriormente essa fu perduta (in quanto non era accentata?) Confrontare una forma primitiva come b'rônâ dalla radice BORÓN; vedere brûna.
          brasse "calor bianco". Derivato da una non definita radice BARÁS (LR:351); fornisce parole per "rovente, ardente, incandescente". Una forma primitiva b'rás-sê è data (semplicemente definita come "calore"); una forma più antica può pure essere stata *barás-sê con la prima A intatta (la perdita delle vocali non accentate in tali forme primitive non è insolita; confrontare *b'ron- da BORÓN; vedere bronie sotto). Il preciso significato della desinenza - è incerto (sebbene la vocale finale -ê possa denotare astrattezza). In alcuni termini, - apparentemente denota qualcosa ottenuto dall'azione denotata dalla radice: khotsê "riunione" da KHOTH "raduno" (LR:364), sjadsê (tardo sjatsê) "fenditura, squarcio" da SYAD "tagliare attraverso, fendere" (LR:389), wahsê "macchia" da WA3 "macchiare, lordare" (LR:397). Se la non definita radice BARÁS intende qualcosa come "ardere" o "riscaldarsi", brás-sê potrebbe attagliarsi a tale modello.
          bronie "resistere, soppportare, sopravvivere". Derivato da una radice BORÓN (LR:353), detta essere una forma estesa di BOR "sopportare", supponendola originariamente una forma verbale. Com'è uso in tali forme estese, la radice vocalica è stata raddoppiata e suffissa (ómataina, estensione vocalica), prima che una consonante sia stata aggiunta (qui -n). Bronie mostra la desinenza infinita -ie nota anche dal Quenya (vedere i commenti di Tolkien su tale vocabolo en-yalië in UT:317; per altri esempi di infiniti in Antico Sindarin in -ie, vedere etledie, ndakie, orie, ortie, tre-batie, trenarie, warie). Rimovendo tale desinenza, rimane bron-, che deve discendere da *b'ron-, una forma della radice BORÓN che ha perso la prima, non accentata vocale; vedere brûna.
          Bronwega *"Uomo Longanime"; nome masc. (LR:353 s.v. BORÓN, LR:398 s.v. WEG). L'elemento bron- è il medesimo della radice del verbo bronie, vedere sopra. Riguardo alla desinenza -wega "-uomo", vedere la voce distinta.
          brûna (semplicemente un'altra maniera di compitare brúna) "che ha lunga durata, antico" (solamente di oggetti; sottintende che essi siano antichi, ma non modificati o usurati). Derivato dalla medesima radice BORÓN (LR:353) come bronie sopra. La forma primitiva è data come b'rônâ, con perdita della prima O di BORÓN; una simile radice ridotta deve supportare il verbo bronie (vedere sopra). B'rônâ mostra allungamento della radice vocalica e la comune desinenza aggettivale -â. Come vediamo, la ô lunga non finale fornisce l'Antico Sindarin ú (comparare rúma da *rômâ, o wanúre da *wonôrê).
          buióbe "servire, seguire". Derivato da una radice BEW di significato simile (LR.352); la forma primitiva è data come beujâ- (beuyâ-) con la frequente desinenza verbale -, che qui non aggiunge nulla al significato della radice stessa. Sembrano esservi talune incongruenze riguardanti lo sviluppo del primitivo eu in Antico Sindarin. In beurô > bioro, biuro, tale dittongo primitivo diviene io o iu. Esso similmente diviene iu in *sneumâ > sniuma. Comunque, eu diviene ui in *pheujâ > phuiobe, e così anche nel vocabolo in oggetto: beujâ > buióbe. Può essere notato che Tolkien dapprima derivò núma, non sniuma, da *sneumâ (vedere núma). Egli la modificò inseguito, ma sembra aver considerato la possibilità che eu divenisse ú (û) invece di iu o io. Se così, dobbiamo presumere uno sviluppo beujâ- > *bûjâ- > buió-. Se si ignora l'esempio rigettato núma, possiamo semplicemente presumere che mentre eu divenne iu, euj (probabilmente via -eui- > -iui-) fornì ui invece di divenire un "trittongo" **iui (confrontare puióbe, tuio, q.v.) - La desinenza -be ricorrente nel termine buióbe è interessante. Non è realmente discendente da alcun elemento nella forma primitiva beujâ-, ma è un'addizione posteriore. Sembra essere una desinenza infinita, ed è stato suggerito che sia in qualche modo correlata alla preposizione Quenya ve "come", Sindarin be (attestata nella forma ben, "secondo il", nella Lettera al Re), se Tolkien immaginò che il primitivo *be (bi?) fosse qualche antico elemento avverbiale. Anche la desinenza avverbiale - vista in Quenya, come in andavë "lungo" (come avverbio, aggettivo anda) punta in tale direzione. - Il primitivo *beujâ-bê (o *beujâ-bi?) diviene buióbe in quanto la â non finale produce l'Antico Sindarin ó (vedere abóro). In tardo Sindarin, buióbe divenne *buiauv > *buiau > buio. La desinenza infinita -be è quindi responsabile del fatto che in tardo Sindarin (o almeno nel "Noldorin" delle Etimologie), radici verbali in -a hanno infiniti in -o. Per altri esempi della desinenza infinita -be, vedere matthô-be, naróbe, ortóbe, phalsóbe, parthóbi (leggi *parthóbe), spharóbe (pharóbe), phuióbe, puióbe, rostóbe, wattóbe.
          daer "sposo" (LR:354 s.v. DER). Ci si domanda se questo possa o meno essere un travisamento di *dair; confrontare ndair (detto significare anch'esso "sposo") da NDER. Pure, un più probabile errore è che il linguaggio non sia ben identificato. Il contesto alla voce DER è come segue: Tolkien, spiegando perché l'iniziale D della radice DER "uomo" irregolarlmente diviene N nel vocabolo Quenya nér (anch'esso dal significato "uomo"), attesta che tale inaspettato sviluppo è parzialmente dovuto alla "radice potenziata ndere sposo, AN daer". La "radice potenziata ndere" compone una voce indipendente nelle Etimologie: NDER, espressamente dichiarata essere una forma potenziata di der "uomo" (LR.375). Ma in questa voce, il termine "AN" (Antico "Noldorin"/Sindarin) per "sposo" è detto essere, non daer, ma ndair. D'altra parte, la voce NDER elenca un vocabolo "N" ("Noldorin"/Sindarin) doer, che è listato come il discendente di ndair. Mentre stava scrivendo le Etimologie, Tolkien si è tenuto in mente modifiche circa il fatto che l'antico ai divenisse ae o oe in tardo Sindarin, così doer chiaramente corrisponde a daer alla voce DER. Sembra, quindi, che il vocabolo daer in tale voce sia effettivamente Sindarin, non Antico Sindarin. Forse Tolkien accidentalmente scrisse "AN" a fronte di tale parola laddove intendeva scrivere "NE", Noldorin Esule, o forse il trascrittore travisò "NE" come "AN". Daer dovrebbe essere un termine Antico Sindarin ("Antico Noldorin") più atipico; sarebbe l'unica parola nel linguaggio ad avere il dittongo ae. La vera forma Antico Sindarin, dalla quale discende il Sindarin daer, è ndair (q.v.)
          dalma "palmo della mano". La parte dal- deriva da una radice DAL- "piano". Si sarebbe tentati di identificare l'elemento -ma con una desinenza nominale in Eldarin Comune - comparare parma "libro" dalla radice PAR "comporre, mettere assieme" (LR:380), perciò parma = *"cosa composta". Un dalma dovrebbe quindi semplicemente essere un "oggetto piano, qualcosa di piatto". Comunque, non era questo che Tolkien aveva in mente: in LR:353 s.v. DAL siamo informati che dalma è effettivamente un composto, il secondo elemento essendo una forma di "mano" (cfr. LR:371 s.v. MA3-). Ebbene, il significato letterale di dalma è *"mano piatta". La forma indipendente in Antico Sindarin di tale vocabolo è (q.v.) mostrando la normale modifica â > ó quando â non è il suono finale in vocaboli polisillabici, ma una â finale in vocaboli polisillabici è semplicemente accorciata in -a, così anche in dalma. Tale parola Antico Sindarin potrebbe ancora essere stata vagamente sentita come un composto da chi parlava quel linguaggio, ma il termine Sindarin discendente dalf dovrebbe in definitiva essere percepito come un vocabolo unitario.
          dî "donna", detto essere raro e poetico: "sposa, signora" (LR:378; tale parola è anche menzionata in LR:354 s.v. DER). Questo vocabolo era in principio , essenzialmente identico alla radice 1 "donna". Lo spostamento n > d non ricorre per ragioni fonologiche; secondo LR:378 esso fu dovuto all'influenza della parola dîr "uomo" (q.v.) - non che le parole per uomo e donna fossero effettivamente confuse, ma da che il termine per "uomo" era dîr, fu apparentemente sentito come appropriato e simmetrico che anche la sua controparte femminile dovesse essere una parola in d-.
          dîr "maschio adulto, uomo" (elfo, mortale, o di altre razze parlanti). Derivato da una radice DER dal significato simile (LR:354); tale termine Antico Sindarin è anche menzionato in LR:378 (sotto 1, laddove Tolkien dice come esso influenzò "donna" nel divenire ). La forma primitiva dalla quale dîr deve essere derivato è menzionata all'inizio della medesima voce (LR:377): dêr con una vocale lunga. Tale esempio dimostra che la lunga ê divenne î (í) in Antico Sindarin; confrontare khíril.
          Dirghel un nome masc. (LR:354 s.v. DER), apparentemente indica *"uomo lieto". Questa forma è menzionata semplicemente come una più antica forma del Sindarin Diriel e non è detta essere in Antico Sindarin come tale; la includiamo qui, sebbene essa sia probabilmente intesa come più recente del resto delle forme AS (la "pure" forma AS può essere *Dirgelle). Il primo elemento è chiaramente identico a dîr "uomo" (vedere sopra); la vocale lunga è apparentemente abbreviata prima di un gruppo di consonanti. Il nome posteriore Diriel è anche menzionato ala voce GYEL (LR:359) in un contesto che suggerisce che l'elemento -ghel (tardo -iel) è da equipararsi al Sindarin gell "gioia" (primitivo *gjellê, forse mostrando la desinenza astratta -; la forma AS dovrebbe essere *gelle). In Dirghel, la lenizione di g in gh seguendo una liquida (qui r) è già occorsa; questo è uno sviluppo successivo che non appartiene allo stadio dell'Antico Sindarin. D'altra parte, né l'una né l'altra hanno raggiunto lo stadio del Sindarin Classico, dacché gh non ricorre a lungo in Sindarin (in tale particolare condizione, gh apparentemente divenne i: Dirghel > Diriel). - I testi narrativi all'infuori delle Etimologie impiegano la forma Díriel con una lunga í, preservando la vocale lunga di dîr (dír-) "uomo".
          dissa "giovane donna". Nelle Etimologie, tale termine è menzionato alla voce BES (LR:352), ma la radice è ovviamente un'altra. Dissa sembra essere essenzialmente la stessa parola di ndissa, q.v. per una discussione delle desinenze coinvolte. Una forma con iniziale d- invece di nd- è piuttosto difficile da spiegare. La radice di ndissa è NDIS, detta essere una forma potenziata di NIS "donna" (LR:378). La forma dissa dovrebbe richiedere una radice *DIS, che non è attestata altrove. Tolkien considerò l'idea che NDIS fosse un potenziamento di *DIS invece di NIS? In LR:375 s.v. NDIS- è detto che tale forma radicale fu ottenuta come un potenziamento di NIS in parallelo alla relazione tra NDER e DER, due radici dal significato "sposo" e "uomo", rispettivamente (LR:375, LR:354). Forse tale parallelo fu sostenuto in un passo ulteriore, cosicché gli Elfi estrapolarono una nuova radice *DIS da NDIS per imitare interamente a relazione tra NDER e DER, e un sostantivo dissa fu formato da essa, coesistendo con la più corretta forma ndissa? O fu ndissa, come (per ) influenzato da dîr "uomo" a produrre una forma con la semplice iniziale d-? In tardo Sindarin, sia ndissa che dissa dovrebbero divenire dess (ma il comportamento di tale parola in mutazione di posizione dipende da quale derivazione è preferita).
          dogme, dougme, doume "Notte [come fenomeno], nottata, ombre della notte". Derivato da una radice DO3/DÔ (LR:354), che chiaramente indica una radice elementare DO3 con una forma alternativa che assurse quando la retrospiranta 3 fiu persa e la vocale fu allungata per compensazione. La radice DO3/ non è definita, ma fornisce parole per notte e buio. Una forma primitiva do3mê è menzionata in LR:355; la desinenza - è astratta. Essa spesso forma una specie di sostantivi verbali; vedere ragme (cfr. anche tulugme), ma qui - > -me sembra denotare quancosa che è semplicemente intangiblie: la notte. Nella forma dogme, 3 è divenuta g; questo è il nostro solo esplicito esempio di tale spostamento. Comunque, tarde forme Sindarin suggeriscono che 3 regolarlmente divenne g prima delle nasali; per esempio, taen "altezza", derivato da una radice TA3 (LR:389), deve rappresentare l'Antico Sindarin *tagna (a sua volta derivato dal primitivo *ta3nâ; una forma ta3na è menzionata). - Le forme alternative dougme, doume sono strane. Se la "ou" di doume rappresenta la lunga ú, tale termine potrebbe essere derivato da *dômê, sc. una forma alternativa di do3mê dove 3 fu perduta invece di divenire g prima di una nasale, la vocale o essendo allungata in ô per compensazione. La primitiva ô lunga fornì la lunga ú in Antico Sindarin; forse "ou" è solo un'altra maniera di compitare ú; cfr. Oroume (vedere Araume). Se doume è lo stesso di *dúme, potrebbe anche essere derivato da dômi- "crepuscolo", una forma menzionata in LR:354 s.v. DOMO-: s'è detto che il Quenya lómë "notte, crepuscolo" deriva sia da do3mê "notte" che da dômi "crepuscolo", dacché tali forme sono abbattute assieme in Quenya. Forse furono anche confuse in Antico Sindarin, dogme rappresentando do3mê e doume rappresentando dômi-, con dougme come un compromesso storicalmente ingiustificato tra le due.
          Eide "Quiete, Riposo", usato come nome di una Valië (chiamata in Quenya Estë), la moglie di Lórien. Una primeva forma Antico Sindarin fu Ezde, quella tarda era Ide. Nelle Etimologie, Eide (Ezde, Ide) è elencato sotto l'intestazione di una voce EZDÊ (LR:357), ma con un riferimento incrociato a SED, che qui è la radice elementare: EZDÊ è piuttosto una ricostruzione di un termine primitivo. (Sotto SED [LR:385] è menzionata una forma Ezda; ciò probabilmente è semplicemente un travisamento di Ezde.) In WJ:403, Tolkien deriva tale nome da una radice SED, affermando che esdê divenne ezdê in Eldarin Comune (s essendo mutata in z dal contatto con la consonante fonica d). Esdê sembrerebbe essere la forma più primitiva, con una forma riarrangiata della radice SED (vocale-consonante-consonante invece del normale consonante-vocale-consonante); la desinenza -ê può essere sia astratta che femminile. Originariamente esdê era evidentemente un nome comune "riposo"; in WJ:404, Pengolodh osserva che mentre le forme Quenya e Telerin (Estë, Êde) venivano ad essere usate solamente come un nome della dea, il vocabolo Sindarin îdh aveva ancora un significato generale "quiete". Ciò suggerisce che qui, la desinenza -ê era originariamente solo astratta, sebbene il fatto che vi fosse una desinenza femminile della stessa forma dovrebbe aver reso la parola facilmente applicabile ad un nome fem.. La forma Eldarin Comune Ezdê si connette alla forma Antico Sindarin Ezde elencata nelle Etimologie. Prima di una consonante, z divenne i (confrontare mazga "soffice" > maiga), che produce Eide. Successivamente, ei fu monottonghizzata [procedimento inverso alla formazione del dittongo, N.d.T.], fprnendo Ide (che a sua volta fornisce Idh come il nome Sindarin/"Noldorin" di Estë; comparare il sostantivo îdh da WJ:404 menzionato sopra).
          ekla-mbar "Eglamar", un nome del Beleriand: "Dimora degli Abbandonati", con riferimento agli Elfi che vi furono lasciati. Questa forma, menzionata in WJ.365, qui è asteriscata come inattestata. Tale forma, come ekla-rista sotto, non è esplicitamente detta essere Antico Sindarin, ma sembra appartenere alla medesima fase dell'evolutione linguistica delle forme Antico Sindarin ("Antico Noldorin") dalle Etimologie, noncurante della riveduta storia del linguaggio (trapiantato dal Reame Beato nella Terra di Mezzo). L'elemento ekla deve essere derivato da heklâ (WJ:361), detto essere una forma aggettivale (con la comune desinenza aggettivale -â) di hekla, un vocabolo Quenya Primordiale definito come "alcun oggetto (o persona) messo da parte, o tolto da, la sua normale compagnia" (successivamente usato per Elfi che non andarono in Aman, ma rimasero nel Beleriand). La radice è HEKE, detta essere probabilmente un elemento avverbiale "da parte, a parte, separato" (WJ:361; tale radice non si trova nelle Etimologie). La desinenza -la (in hekla) qui è semplicemente un formatore di sostantivi. Nelle Etimologie, -la è trovato nei nomi di un certo numero di utensili: makla "spada" da MAK "spada, combattimento a fil di spada" (LR:371), tekla "penna" da TEK "scrivere" (LR:391, perciò *"oggetto per scrittura"), e, con una radice con nasale infissa, tankla "spillo, spilla" da TAK "bloccare, fissare" (LR:389). Ma nel vocabolo magla "macchia" dalla radice SMAG- "[?]lordare, macchiare" (LR:386) la desinenza semplicemente agisce comeun formatore di sostantivi, come in hekla. Heklâ, la forma aggettivale di hekla, diviene ekla in Antico Sindarin in quanto la "h- in Q[uenya] P[rimordiale] sopravvisse soltanto nei dialetti di Aman. Essa sparì senza lasciar tracce in Sindarin" (WJ.365). - Il secondo elemento di ekla-mbar viene dalla radice MBAR "risiedere, abitare" (LR:372), qui usato come un sostantivo "dimora". Nelle Etimologie, si suggerisce che MBAR sia una forma potenziata di BAR, probabilmente intendendo "sollevare", ma il modo in cui il senso di "risiedere, abitare" possa svilupparsi da "sollevare" non è spiegato.
          ekla-rista "Eglarest", un nome di luogo apparentemente comprendente rista "tagliare; forra, ravina". Come ekla-mbar sopra, tale forma è asteriscata come inattestata in WJ:365. Riguardo all'elemento ekla, vedere ekla-mbar. L'elemento rista deve essere riferito alla radice RIS "lacerare, strappare" o "tagliare, fendere" (LR:384, ove due differenti voci sono votate a questa radice). Un verbo in Antico Sindarin rista- "squarciare, strappare" (q.v.) è qui menzionato. Il rista di ekla-rista sembrerebbe essere un sostantivo derivato da tale verbo, riferentesi ad un taglio nel paesaggio, perciò una ravina. La desinenza -ris nel Sindarin Imladris "Gran Burrone" dovrebbe essere correlata. Vedere rista.
          elen-barathi un nome di Varda, forma ancestrale del Sindarin Elbereth (forma intermedia tra l'Antico Sindarin ed il Sindarin Classico: Elmbereth) (MR:387). Riguardo barathi, vedere la voce separata. Elen "stella" è "secondo la leggenda Elfica" derivato dall'esclamatione primitiva ELE "guarda!" ("fatta dagli Elfi quando per la prima volta videro le stelle"); elen rappresenta una forma estesa di ELE, con -n suffissa alla radice vocalica raddoppiata (ómataina). Questo è ciò che Tolkien concepì successivamente, come descritto in WJ:360 (anche alludendovi nell'Appendice del Silmarillion, voce êl, elen). Nelle Etimologie, la corrispondente radice (EL, LR:355) è semplicemente definita come "stella" o "cielo stellato", e non v'è nulla che suggerisca che la connessione posteriore con "guarda!" fosse già emersa nella mente di Tolkien.
          elle "cielo". Derivato da una radice 3EL (LR:360) dal significato simile; Tolkien immaginò che dopo la perdita dell'3, gli Elfi confusero tale radice con quella originariamente distinta EL "stella, cielo stellato" (cfr. LR:355). Tale parola, assieme all'affine Quenya hellë, punta ad una forma primitiva *3elli o più probabilmente *3ellê. La duplicazione della l potrebbe essere qualche specie di fortificazione della mediale; la desinenza -ê potebbe semplicemente essere la radice vocalica suffissa ed allungata. Concettualmente una più lunga desinenza - potrebbe essere presente, ma tale desinenza è normalmente astratta o universale (vedere belle), e il "cielo" è un ente relativemente concreto. - Nelle Etimologie, il suono primitivo compitato 3 è detto essere una "retrospirante" (LR.360, in una nota editoriale); essa dovrebbe essere la spirante equivalente a g, compitata gh in Lingua d'Orchi (come in ghâsh "fuoco"). È parecchio probabile che Tolkien più yardi decidette che tale suono primitivo fosse piuttosto una normale h; osservare che mentre la parola Quenya ho "da" e la desinenza plurale genitiva (partitiva) -on sono derivate da una radice nelle Etimologie (LR:360), il prefisso - di significato simile, così come la desinenza genitiva, è derivato da una radice HO nel saggio Quendi ed Eldar scritto decenni dopo (WJ:368-369). 3 nelle idee iniziali di Tolkien sul Quenya Primordiale sembrerebbe pertanto corrispondere a H nella sua più tarda concezione. Osservare che 3, come la tarda H, diviene h nel ramo Sindarin, ma fornisce h in Quenya (elle = hellë; confrontare Ekla-mbar = Quenya Heceldamar sopra). Sembra, quindi, che la forma primitiva di elle potrebbe essere ricostruita come hellê tanto quanto 3ellê (e la radice 3EL dovrebbe forse essere ammodernata in *HEL).
          elwa "azzurro (pallido)". Derivato dalla medesima radice 3EL "cielo" (LR:360) di elle sopra; la forma primitive dovrebbe essere *3elwâ con la desinenza aggettivale - (riguardo alla quale vedere katwe): letteralmente *"celeste" con riferimento al colore, perciò "azzurro (pallido)".
          elyadme "arcobaleno", lit. "ponte celeste" (LR:360 s.v. 3EL). L'elemento iniziale el- rappresenta la radice 3EL "cielo" stessa. (Concettualmente, elyadme potrebbe anche essere interpretato *"ponte stellare" dopo la perdita della 3; comparare elle sopra - ma l'arcobaleno ovviamente non appare di notte quando le stelle sono visibili.) Riguardo yadme "ponte" (solamente attestato in tale composto), vedere la relativa voce.
          et- prefisso "avanti, via", in Antico Sindarin attestato soltanto nel vocabolo etledie (vedere sotto). Tale prefisso ha la stessa origine dell'identico prefisso Quenya menzionato alla voce per la radice ET (LR:356), sebbene non vi siano elencate forme AS (ma la tarda forma Sindarin è ed-).
          etledie "andare all'estero, andare in esilio". Un infinito consistente di tre elementi: il prefisso et- "avanti, via" (vedere sopra), la radice verbale led- "andare, passare, viaggiare" (LR:368 s.v. LED - è qui che la forma AS etledie è elencata) e la desinenza infinita -ie (riguardo alla quale vedere bronie). Il passato di etledie dovrebbe essere *etlende; vedere lende.
          etledro "esilio" (LR:368 s.v. LED). Tale termine può riferirsi ad una persona esiliata piuttosto che "esilio" come un astratto: il significato letterala può essere *"che va via", usato con riferimento ai Noldor che lasciarono Valinor per divenire Esiliati nella Terra di Mezzo. Al verbo etled- "andare via" (vedere etledie sopra) è aggiunta la desinenza (maschile/) agentale -ro (primitivo -, WJ:371; confrontare bioro). Comunque, -ro sembra funzionare come una desinenza astratta nella parola in Antico Sindarin ndakro "massacro, battaglia" (verbo ndak- "uccidere"). Pertanto, etledro può dopo tutto essere inteso a indicare "esilio" come un astratto.
          etlenna "esiliato" (LR:368 s.v. LED). Deve essere considerato un participio passato del verbo etled- "andare via" (q.v.), perciò letteralmente "fuoriuscito". La forma primitiva deve essere *etlednâ con la desinenza -, spesso usata a formare aggettivi e participi passati. Osservare che dn è assimilato a nn in Antico Sindarin.
          Ezde > Eide "Quiete", nome di una Valië, la moglie di Lórien (LR:356 s.v. EZDÊ; la forma Ezda data sotto SED [LR:385] può essere un travisamento). Vedere Eide.
          Findekâno nome masc., "Fingon". (LR:381 s.v. PHIN). Il linguaggio a cui tale forma si suppone appartenga non è identificato; essa è menzionata come la forma ancestrale del nome Sindarin Fingon, così la includiamo qui. Sembra essere un ibrido che potrebbe non essere effettivamente occorso in alcuna fase dell'evoluzione linguistica; Tolkien mischiò le cose. L'elemento finde non aveva tale forma in Antico Sindarin; essa era phinde (q.v.), il ph divenne f solo in tardo Sindarin. D'altra parte, l'elemento kâno deve essere pure precedente all'Antico Sindarin, giacché in tale linguaggio la â non finale divenne ó. L'effettiva forma in Antico Sindarin deve essere stata *Phindekóno. Nello scenario delle Etimologie, phinde significa "abilità", mentre l'elemento *kóno è da derivare dalla radice KAN "osare" (LR:362). In questa voce la successiva forma Sindarin caun, nei composti -gon, è menzionata; tali forme dovrebbero essere derivate dall'Antico Sindarin *cóno, primitivo *kânô (tardo kâno) con la desinenza maschile -ô; il significato dovrebbe quindi essere *"ardimentoso", *"impavido". *Phindekóno o "Findekâno" perciò significa *"Uno Abile ed Impavido". Tuttavia, non è così che Tolkien posteriormente spiegò il nome Fingon. In PM:345, Fingon è detto essere una forma Sindarizzata del Quenya Findecáno (Findekáno). Il primo elemento è detto essere findë "capelli" (una treccia o ciocca di capelli); è principalmente inteso come ripresa del fin- nel nome del padre di Findecáno, Finwë. Findë "capelli" è derivato dal primitivo phindê, il quale dovrebbe fornire l'Antico Sindarin *phinde, che stride con phinde "abilità" dalle Etimologie (nelle Etimologie, il Quenya findë "treccia, ciocca di capelli" corrisponde invece all'Antico Sindarin sphinde, dacché nel concetto iniziale di Tolkien la radice per "capelli" era SPIN [LR:387] invece di PHIN). Cáno nella concezione rivista di Tolkien significa "comandante", derivato da una radice KAN "gridare, chiamare ad alta voce" (PM:361-362) che non è ovviamente lo stesso che KAN "osare" nelle Etimologie. La forma primitiva di cáno è data come kânô (detto essere la più antica e più semplice forma agentale, con allungamento della radice vocalica e la desinenza maschile -ô), la quale dovrebbe nuovamente fornire l'Antico Sindarin *kóno. Comunque, dacché il nome Fingon è ora detto essere Sindarizzato dal Quenya Findecáno, non vi è ora alcuna necessità di coinvolgere alcuna forma in Antico Sindarin.
          gaia "terrore". Derivato da una radice GÁYAS "paura" (LR:358). Tale radice sembra essere una versione espansa di una più semplice radice GAY; vedere gêrrha sotto. Gaia deve essere derivato da una tale radice più semplice: il primitivo *gâjâ (*gâyâ), *gaiâ. Se la radice ha un significato verbale "spaventare", ciò dovrebbe essere una specie di sostantivo verbale: "che spaventa, paura" = "terrore". Per una simile formazione, comparare kânâ "protesta" dalla radice KAN "gridare, chiamare ad alta voce" (PM:361-362; non la stessa radice di KAN "osare" nelle Etimologie, LR:362).
          gása "il Vuoto". Derivato da una radice GAS "sbadigliare, spalancare" (LR:357; la forma gása è elencata nella pagina successiva; non è glossata ma semplicemente equiparata al Quenya cúma, a sua volta glossata come riferita al Vuoto, sc. la vacuità al di là del Mondo: LR:365 s.v. KUM). Una forma primitiva gâsa è data (LR:358), ma la forma più primitiva deve essere stata *gâsâ, prima dell'accorciamento delle vocali finali lunghe (una finale corta originale -a non dovrebbe apparire in Antico Sindarin, ma essere persa già allo stadio dell'Eldarin Comune). Il vocabolo mostra allungamento della radice vocalica ed una desinenza -â che può qui essere usata come un formatore di sostantivi; può essere semplicemente la radice vocalica suffissa. È sorprendente che la prima â di gâsa, *gâsâ risulti á in Antico Sindarin, dacché la â non finale normalmente diviene invece ó: *gósa. Questo può essere un travisamento; confrontare tára. - Una tarda forma AS dovrebbe essere *góha, dopo la modifica di s in h in tali posizioni (cfr. kheleha da khelesa).
          gêrrha (primevo gæ^sra) "terribile". Derivato da una radice GÁYAS "paura" (LR:358). Questa ha l'aspetto di una forma espansa della più semplice radice GAY, ma mentre tale radice è invero elencata sopra GÁYAS, non sembra avere un significato idoneo (GAY in sé è indefinita ma fornisce parole per "rosso, ramato, rubizzo"). Comunque, una radice GAYA "timore, terrore" è effettivamente menzionata in scritti successivi (PM:363; Appendice del Silmarillion s.v. gaer). Qualunque sia il caso, la forma primitiva di gêrrha è data in LR:358 come gaisrâ, la parte gais- rappresentando la radice GÁYAS e - essendo una primitiva desinenza aggettivale (riguardo alla quale vedere tára). La prima forma Antico Sindarin di gaisrâ fu gæ^sra, l'originale dittongo ai divenendo una lunga æ (come la a nell'inglese cat, ma più lunga). Sembra che il primitivo ai volse nella lunga æ solamente prima di un gruppo di consonanti; osservare che ai è invariata in un termine come yaiwe, q.v. (primitivo *yaiwê). Nella tarda forma gêrrha, la lunga æ è volta in una lunga e (ê). Il primevo gruppo mediale sr ora appare come rrh; ciò è probabilmente da intendere come R lunga afona (dacché la r afona è spesso compitata rh nelle opere di Tolkien). Sembra che sr fosse assimilato a rr (confrontare il mediale sm che diviene mm, vedere ammale), ma tale duppia R era afona come la s che ad essa viene assimilata. Tale vocabolo gerrha a sua volta produce il Sindarin gaer. Con l'introduzione di una nuova radice GAYA negli scritti posteriori di Tolkien, probabilmente rimpiazzando GÁYAS delle Etimologie, può essere miglior cosa derivare gaer da una più semplice forma aggettivale gairâ (WJ:400) Antico Sindarin *gaira. Ciò dovrebbe rendere gaer l'affine del Quenya aira "sacro" (PM:363).
          Gondambar "Pietra del Mondo", un nome di Gondolin. Non è detto a quale linguaggio tale forma (menzionata in LR:359 s.v. GOND) appartenga; è giusto menzionata come una "antica" forma fondamentale del Sindarin Gondobar, così la includiamo qui. L'elemento gond- "pietra" probabilmente rappresenta una parola piena in Antico Sindarin *gondo, affine al Quenya ondo, chiaramente derivato dal primitivo *gondô (cfr. Lettere:410, PM:374). Ambar "mondo" (come un termine Antico Sindarin attestato soltanto in questo composto, eccetto che anche Phind-ambar è preso come OS) è derivato dalla radice MBAR "dimorare, abitare" (LR.372). Nella forma ambar (la stessa parola è usata in Quenya), la radice vocalica è stata prefissa a produrre una forma "intensiva": cfr. l'ortografia a-mbar in LR:372 s.v. MBAR. Nelle Etimologie, Tolkien definì a-mbar come "oikumenê", un vocabolo greco per il mondo come abitazione o dimora della razza umana. Comparare il significato della radice MBAR. - Il composto Gond-ambar è letteralmente "Pietra-mondo"; il secondo elemento è da intendere come un genitivo, perciò "Pietra del Mondo" piuttosto che "Mondo (fatto) di Pietra" o simili. Forse un esplicito marcatore genitivo fu presente in una fase iniziale; confrontare WJ:370, ove è suggerito che il Sindarin può ben avere sviluppato -ô inflessionale nel "periodo primitivo". Una finale lunga -ô dovrebbe appartenere allo stadio del Lindarin Comune o solo brevemente dopo di esso; l'Antico Sindarin dovrebbe già avere -o. Forse Gondambar è una forma intermedia tra il tardo Gondobar e l'Antico Sindarin *Gondo-ambaro.
          *gósa possibile correzione di gása, q.v.
          gæ^sra > gêrrha "terribile" (LR:358 s.v. GÁYAS). Vedere gêrrha.
          hwesta "sbuffo, alito, brezza". Derivato da una radice SWES "rumore di soffio o respiro" (LR:388). Una forma primitiva swesta- menzionata da Tolkien è evidentemente un verbo "ansimare"; leggere probabilmente *swestâ- con una lunga finale â, la finale breve a dovrebbe essere sparita allo stadio dell'Eldarin Comune. La desinenza - è una frequente desinenza verbale, talvolta causativa (vedere bértha-), ma qui semplicemente forma un verbo da una radice non verbale. Il sostantivo hwesta è a sua volta derivato da tale verbo; il Quenya ha il medesimo termine. Osservare l'eninciazione precisa in LR:388 s.v. SWES: "Q hwesta- ansimare; hwesta respiro, brezza, puff of air; ON [Antico "Noldorin"/Sindarin] hwesta". L'intenzione di Tolkien può essere che l'Antico Sindarin hwesta fosse sia sostantivo che verbo, corrispondente ad entrambi i significati dell'identica parola Quenya. - Tale vocabolo è il nostro solo esplicito esempio di come il primitivo sw si comporta in Antico Sindarin; esso diviene hw. Tale digrafo è sicuramente inteso a rappresentare il medesimo suono del Quenya, la w afona (inglese wh, in dialetti dove which è udibilmente distinto da witch). - Inizialmente, il primitivo st divenne sth in Antico Sindarin, ma ciò qui non avviene (**hwestha). Questo esempio, così come rista, può suggerire che tale modifica non occorra mediamente.
          hyúle "incitamento" (o "grido di incoraggiamento in battaglia", se = Sindarin hûl, la parola che fornisce). Derivato da una radice SIW "eccitare, incitare, stimolare" (LR:386). L'affine Quenya siulë punta ad una forma primitiva siulê con la desinenza astratta - (VT39:16), la W della radice SIW divenendo una vocale piena prima di una consonante, producendo un dittongo iu. Sembra che allo stadio del Lindarin Comune, tale dittongo divenne yu (ju) seguendo una consonante dentale, la i volgendo in una semivocale y prima di u. (Una nota a pié di pagina in SdA Appendice E attesta che dalla Terza Era, il Quenya iu era parimenti venuto ad essere pronunciato come yu nell'inglese yule; nel ramo Lindarin, una simile modifica era evidentemente avvenuta in ere precedenti, se solo in certe condizioni.) La forma in Lindarin Comune di *siulê era evidentemente *syûlê (*sjûlê); osservare come u divenne la lunga ú per mantenere la lunghezza prosodica del dittongo perduto iu. La combinazione sy (sj) successivamente diviene hy in Antico Sindarin; il digrafo hy indubbiamente rappresenta il tedesco ich-Laut, come nella normale ortografia di Tolkien del Quenya (e.g. hyarmen "sud"). Invero il Quenya hy viene anche dall'antico sy- in molti casi, sebbene tale modifica debba essere totalmente indipendente dalla modifica similare avente luogo nella Terra di Mezzo. (Hy non sopravvisse nel tardo Sindarin, ma divenne h, hyúle che fornisce hûl.)
          Ide "Quiete", nome della moglie di Lórien, una Valië (Quenya Estë) (LR:357 s.v. EZDÊ). Vedere Eide.
          ien-rinde "anno" (LR:400 s.v. YEN). Letteralmente "cerchio annuo", apparentemente riferito all'anno come ad un ciclo (confrontare il termine Quenya coranar, "cerchio del sole"). Il linguaggio cui tale parola appartiene non è identificato; essa è menzionata come la forma ancestrale del Sindarin idhrin, così la includiamo qui. Ien rappresenta la radice YEN "anno" (così nelle Etimologie; in SdA, Tolkien usò il derivativo Quenya yén a denotare un "lungo anno", un secolo Elfico di 144 anni solari - ma questo apparentemente non è il significato della voce). Normalmente, la primitiva iniziale y rimane y in Antico Sindarin (comparare yaiwe, yura e probabilmente pure yen in yen-panta, sebbene non sia esplicitamente detto che la seconda sia Antico Sindarin). Lo sviluppo ye > ie sembra essere avvenuto dopo la fase normalmente chiamata Antico Sindarin, così forse ien-rinde dovrebbe essere *yen-rinde in "puro" AS. Il secondo elemento rinde è chiaramente il medesimo di un'identica parola Quenya perr "cerchio" menzionata nelle Etimologie alla voce RIN (LR:383); anche il successivo termine Sindarin che discende da ien-rinde (idhrind > idhrin) è qui menzionato. La radice RIN in sé non è glossata, ma tutti i vocaboli derivati da essa hanno a che fare con cerchi o qualcosa di circolare. Rinde dovrebbe probabilmente essere derivato da *rindê o più probabilmente *rindi, con fortificazione della mediale N > ND.
          impanta vedere yen-panta
          in-fant
vedere yen-panta
          Indlour
, un nome masc. (LR:361 s.v. ID). Il linguaggio cui questo termine appartiene non è identificatp; sembra essere una forma più antica del nome Inglor, così lo includiamo qui. Due forme primitive sono suggerite: Indo-klâr o Indo-glaurê. L'elemento12.33 23/05/00 indo significa "cuore", derivato da una radice ID, in sé non definita ma cfr. îdî "cuore, desiderio, auspicio". La forma più primitiva dovrebbe essere indô con infissione nasale ed una desinenza -ô che può essere semplicemente un formatore di sostantivi, forse anche una desinenza agentale (se il cuore è considerato un "desideratore"). Klâr non ricorre altrove, ma deve essere derivato dalla radice KAL "splendere" (LR:362); una forma k'lâ è detta essere la base del Quenya cala "luce", così forse dobbiamo presumere che vi fosse una primitiva forma agentale *k'laro "che brilla" (la desinenza agentale -ro è menzionata in WJ:371), successivamente divenendo klâr in Eldarin Comune. Il suggerimento alternativo glaurê (in Indo-glaurê) dev'essere preso come una variante con g prefissa di laurê, "oro, luce dorata", derivata dalla radice LÁWAR - la qual radice in LR.368 è detta avere la forma alternativa "Noldorin" (poi: Sindarin) GLÁWAR. Quindi, Indo-glaurê deve intendere qualcosa come "cuore d'oro", mentre Indo-klâr può essere interpretato "Cuore Splendente". La tarda forma Indlour ha perduto la finale o di indo e la consonante iniziale di glaurê o klâr (g potrebbe essere perduta attraverso la normale lenizione Sindarin, sebbene tale processo appartenga ad uno stadio posteriore all'Antico Sindarin; la k di klâr fu forse assimilata a g dalla precedente d, tale g più tardi sparendo nuovamente attraverso lenizione). Il dittongo iniziale au, alternativamente la lunga vocale â, ora appare come ou - una strana combinazione che talvolta riemerge nella compitazione di Tolkien. In Oroume, successivamente Araume, ou diviene au - ma qui l'au primigenio diviene invece ou! Alternativamente, la lunga â (come in klâr) dovrebbe normalmente divenire in Antico Sindarin ó (vedere abóro). Alla voce dogme, dougme, doume suggeriamo che ou possa essere una maniera di compitare la lunga ú; forse ou in Indlour è una maniera di compitare la lunga ó? (Confrontare "Féanour" da Phay-anâro in LR:381 s.v. PHAY; normalmente, la primitiva â produce l'Antico Sindarin ó e il Classico Sindarin au, aw.) In breve, Indlour è una forma piuttosto curiosa. In LR:381, "Féanour" è elencato come una "forma N[oldorin]", corrispondente al "AN"/AS Phayanôr, così forse il nome Indlour dovrebbe similmente essere preso come tardo "Noldorin" per *Indoklôr in "AN". Se così, il nome Indlour non dovrebbe essere affatto incluso qui.
          kamba ?"(cavo) della mano". Nelle Etimologie, tale vocabolo è menzionato alla voce MA3, LR:371. Comunque, kamba in sé è derivato dalla radice KAB "cavo" (LR:361). Nessuna forma Antico Sindarin vi è menzionata, ma il Quenya kambe (meglio compitato cambë) è qui tradotto "cavo (della mano)" (la quale glossa qui assegnamo ipoteticamente anche a kamba). Tale forma Quenya può suggerire che kamba alla voce MA3 sia un travisamento di *kambe. Se accettiamo kamba, la forma primitiva dovrebbe essere più verosimilmente *kambâ con infissione nasale e la desinenza (qui nominale) -â. Dacché tale desinenza è più comuemente aggettivale, potremmo speculare sul fatto che *kambâ fosse originariamente un aggettivo "cavo" (medesimo significato della radice), essendo posteriormente anche usato come un sostantivo "un cavo", il significato essendo eventualmente specializzato: il cavo di una mano. La tarda parola Sindarin cam venne ad indicare semplicemente "mano".
          katwe "sagomato, formato". La forma primitiva è data come katwâ, derivato da una radice KAT "sagomare". La desinenza - è aggettivale; confrontare per esempio alcuni primitivi aggettivi di colore "ricostruiti" da Tolkien: laik-wâ "verde", smalwâ "maggese, pallido", narwâ "rosso" (LR:368 s.v. LÁYAK, LR:386 s.v. SMAL, LR:374 s.v. NAR1 - narwâ non è asteriscato, ma a motivo della lunga vocale finale non può essere Quenya). Dacché la final -â normalmente fornisce l'Antico Sindarin -a, potremmo esserci aspettati **katwa invece di katwe. Comunque, una speciale regola fonologica può esservi effettivamente. Comparare alcune forme date in LR:400 s.v. YAT, ove jatmâ (yatmâ) "ponte" fornisce il Quenya yanwë invece of **yanwa (cfr. anche l'Antico Sindarin yadme in elyadme). Sembra che le desinenze -, - fossero alterate in -, - seguendo una t (o probabilmente seguendo qualche consonante dentale, ma se così, pathwa piuttosto che **pathwe da *pathmâ è una curiosa eccezione). Perciò, katwe può effettivamente discendere da una forma alterata *katwê.
          kelepe "argento". Derivato da una radice KYELEP dal significato simile (LR:366; la forma TELEP anche datavi è la tarda forma Telerin di tale radice). La forma primitiva non è esplicitamente data nelle Etimologie, ma le Lettere:426 hanno kjelepê (qui compitata kyelepê). Questo è il nostro unico esempio esplicito della primitiva kj (ky) essendo semplificata in k in Antico Sindarin. (Tale modifica occorre già ad uno stadio iniziale, in Lindarin Comune, quando tutte le sonorità primitive palatalizzate furono depalatalizzate: kj > k, nj > n etc. Tale modifica è pertanto riflessa nei linguaggi discendenti: Sindarin, antico e classico, ed il Telerin di Aman.) La desinenza -ê in kjelepê potrebbe essere semplicemente la radice-vocalica suffissa ed allungata, ma -ê si trova anche in un certo numero di altri sostantivi primitivi che denotano sostanze, e.g. mazgê "pasta" (LR:371 s.v. MASAG) o srawê "carne" (MR:350).
          khalla "nobile, elevato" (confrontare orkhalla), derivato dalla radice KHAL2 "innalzare" (LR:363). La forma primitiva è data come khalnâ (indicato come accentato sulla sillaba finale) con una desinenza - che talvolta forma semplicemente aggettivi (confrontare magnâ), ma spesso essa funziona anche come una desinenza participia passata. In tal caso, khalnâ è letteralmente *"innalzato", il participio passato della radice verbale "innalzare". Per altri esempi dell'assimilazione *ln > ll, vedere skhalla (< skalnâ) e skhella (< skelnâ).
          kheleha "vetro", dal primevo khelesa. (Kheleha fu travisato come "khelelia" dal trascrittore delle Etimologie: LR:365 s.v. KHYEL(ES). Il primitivo khjelesê non poteva ragionevolmente produrre l'AS khelelia, ma per la modifica dell'intervocalica s in h, cfr. per esempio baraha [q.v.] da barasa. Khelesa > kheleha è pertanto del tutto plausibile. Un altro, simile travisamento volse pelehi in "peleki"; vedere pele.) La radice, già menzionata, è data come KHYEL(ES) (semplicemente definita come "vetro"), apparentemente indicando una sempice radice KHYEL con una forma espansa KHYELES che mostra raddoppio della radice vocalica, suffissa (cosiddetta ómataina, estensione vocalica) ed una -S suffissa. La primitiva forma "ricostruita" da Tolkien khjelesê (compitata khyelesê in LR:365) mostra la desinenza -ê, una funzione della quale è di derivare sostantivi che denotano sostanze (vedere kelepe sopra per alcuni esempi). È sorprendente qhe questa originale finale -ê divenga -a in Antico Sindarin khelesa/kheleha, dato che normalmente, -ê fornisce -e (cfr. per esempio kelepe da kjelepê, vedere sopra). Può essere che questo sia un travisamento e che le forme AS dovessero effettivamente essere *khelese, *khelehe; non sarebbe il primo caso di un editore che confonde e ed a nella difficile calligrafia di Tolkien. - Queso è il solo esplicito esempio che mostra come il primitivo khj- risulti in Antico Sindarin; esso diviene kh-, fondendosi con l'originale kh- (invariato in AS). La depalatalizzazione di khj- in kh- semplicemente riflette la generale perdita di palatalizzazione in Lindarin Comune; comparare kj > k (kjelepê fornendo kelepe). - Kheleha produce il "Noldorin" hele, but nella visione posteriore di Tolkien del Sindarin, la parola per "vetro" è heledh, e questo è ora detto essere un prestito dal Khuzdul (Nanesco) kheled e originariamente non affatto un termine Elfico: vedere l'Appendice del Silmarillon, voce khelek-.
          khelelia - travisamento di kheleha, q.v.
          khelesa (tardo kheleha) "vetro" (LR:365 s.v. KHYEL(ES))
          khéro "padrone". Derivato da una radice KHER "reggere, governare, possedere" (così glossato in LR:364; semplicemente "possedere" nelle Lettere:178). Il vocabolo Quenya heru "padrone" è anche menzionato in tale voce, e la forma primitiva di questo sostantivo è data nelle Lettere 282: kherû. In tale termine, appare la desinenza maschile/agentale -û. Comunque, kherû dovrebbe aver fornito l'Antico Sindarin *kheru, non khéro. La seconda può piuttosto rappresentare un altro esempio della "forma agentale più antica e più semplice" (PM:362) derivata a mezzo della desinenza maschile/agentale -ô combinata con l'allungamento della radice vocalica: *khêrô "reggente, governatore, possessore". Ciò not è ancora totalmente scevro da problemi, dacché la lunga ê non finale fornisce l'Antico Sindarin í (vedere dîr), dovremmo esserci aspettati invece *khíro. Nel vocabolo Sindarin discendente da khéro, hîr, la precedente ê, é è invero divenuta î. Può essere che khéro sia un errore, di Tolkien o del trascrittore, per *khíro. Confrontare la parola khíril (non **khéril) "signora", che è elencata immediatamente dopo khéro "padrone". - Le Lettere:282 elencano anche una più semplice forma primitiva khêr. Il contesto suggerisce che Tolkien aveva allora deciso di derivare il Sindarin hîr da tale forma, nel qual caso la forma Antico Sindarin dovrebbe essere alterata in *khír.
          khíril "signora". Derivato dalla medesima radice KHER "reggere, governare, possedere" (LR:364) come la sua controparte maschile khéro sopra. Invece dle maschile -o, tale parola mostra la desinenza femminile -il. Qui l'attesa modifica della primitiva lunga ê nell'Antico Sindarin í trova luogo: khêr- > khír-, a supporto dell'assunto che khéro dovrebbe similmente leggersi *khíro.
          ku, kua "colomba". La forma primitiva che Tolkien derivò dalla non definita radice è kukûwâ. Kukû- può essere onomatopeica, mentre la desinenza - è probabilmente aggettivale (vedere katwe riguardo tale desinenza). Forse kukûwâ è un aggettivo riferentesi al suono emesso da una colomba, poi usato come un sostantivo rferito all'animale stesso (per un altro primitivo nome di volatile in -, comparare alpha "cigno" da alk-wâ). L'Antico Sindarin kua deve venire da una forma più breve *kûwâ, forse formato da kukûwâ semplicemente per aplologia. La semivocale w evidentemente si fuse nella u prima di essa, producendo *kûâ, *kuâ > kua. La forma alternativa ku ha perso pure la vocale finale, sebbene la finale -â regolarmente divenga -a in Antico Sindarin.
          kúma "vacuo, vuoto". Derivato dalla radice KUM "vuoto" (LR:365); la forma primitiva dovrebbe essere *kûmâ con allungamento della radice vocalica e la desinenza aggettival -â.
          lende "passato". Un tempo passato formato dalla radice verbale LED "andare, passare, viaggiare" (LR:368) per infissione nasale e la desinenza -e; questa è anche una maniera comune per formare il passato in Quenya, il quale linguaggio invero ha lo stesso termine con lo stesso significato. L'infinito di tale verbo è ledie, attestato con un prefisso (vedere etledie). Confrontare ndakie "uccidere", passato ndanke con infissione nasale.
          linde "cantore / che canta", usato come un nome o parte del nome "di molti fiumi dal rapido corso che mandano un mormorio di onde". Menzionato in WJ:309 come l'origine del secondo elemento del nome di fiume Sindarin Taeglind (la versione pubblicata del Silmarillion ha la forma Teiglin). In WJ:309, tale linde non è esplicitamente detto essere Antico Sindarin, ma sembra appartenere alla stessa fase di sviluppo delle forme "Antico Noldorin" delle Etimologie. La forma più primitiva dovrebbe probabilmente essere *lindê. La radice è ovviamente LIN, avente a che fare con "suono melodioso e piacevole" (WJ:382; confrontare la radice LIN2 "cantare" elencata nelle Etimologie, LR:369). La forma *lindê mostra fortificazione della mediale N > ND e la desinenza -ê, che può essere sia astratta (da cui l'interpretazione "che canta") e femminile/agentale (da cui l'interpretazione "cantore"; cfr. l'elemento finale del Quenya lómelindë "usignolo, *cantore notturno").
          líre "riga, banda". Derivato da una radice LIR1, in sé non definita. La forma primitiva dovrebbe con tutta probabilità essere *lîrê, con allungamento della radice vocalica e la finale -ê, in tal caso giusta un formatore di sostantivi (non astratti o femminili come tale desinenza spesso è).
          litse, tardo litthe "sabbia". La radice LIT (LR:369) non è definita. Litse dovrebbe derivare da *litsi o più probabilmente *litsê. Esattamente cosa dovrebbe significare qui la desinenza - è lungi dall'esser chiaro (vedere brasse per alcune riflessioni su tale desinenza); la vocale finale -ê non è infrequente in termini che denotano sostanze. La modifica ts > tth evidentemente ricorre durante la fase dell'Antico Sindarin; ciò sembra essere il nostro solo esplicito esempio di detta modifica, sebbene anche l'antica tt divenga tth in Antico Sindarin (vedere batthô, rattha).
          loga "terra paludosa". Tale forma, menzionata in UT:263 come l'origine del Sindarin , non è esplicitamente detta essere Antico Sindarin (identificata soltanto come una "antica" forma). Tuttavia, loga è detto essere derivato da una radice log- "umido, fradicio, acquitrinoso" (non nelle Etimologie) e potrebbe rappresentare una forma intermedia tra il primitivo *logâ ed il Sindarin . Una forma *logâ può semplicemente essere un aggettivo (con la comune desinenza aggettivale -â), avendo virtualmente lo stesso significato della radice; posteriormente tale aggettivo può essere stato usato con riferimento ad un concreto luogo "acquitrinoso", perciò sviluppandosi in un sostantivo "terra paludosa". (L'AS loga può ancora essere stato un aggettivo; la glossa "terra paludosa" in UT.263 si applica primariamente al Sindarin .)
          magnâ "abile". Derivato da una radice MAG "usare, maneggiare", detto essere correlato con MA3 "mano" (LR:371); "maneggiare" sembrerebbe quindi essere la definizione più testuale di MAG. La forma magnâ non può essere Antico Sindarin corretto, ma è un ovvio equivoco, di Tolkien o del trascrittore, per *magna. La forma primitiva, menzionata anche in LR:371, era invero magnâ; forse le due furono confuse: In Antico Sindarin, la lung finale â iniziale fu accorciata in -a in vocaboli polisillabici; tutte le vocali finali lunghe furono così abbreviate (vedere abóro). - Il significato di tale termine è alquanto sorprendente. Dacché gli aggettivi formati con la desinenza - sono spesso visti come una specie di participi passati, potremmo esserci aspettati magnâ, derivato da una radice indicante "usare, maneggiare", a intendere "usato, maneggiato" (comparare skalnâ "nascosto" da una radice SKAL1 "celare"; vedere skhalla). Invece, - è qui usato come un formatore di aggettivi molto generalizzato; il significato "usare, maneggiare" è sviluppato nella direzione di "che adopera riguardi nell'usare o nel maneggiare oggetti" e perciò "abile". Confrontare maite "esperto, abile", derivato dalla radice correlata MA3 "mano".
          mai pl. di , q.v. (LR:371 s.v. MA3)
          maiga "pieghevole, duttile", primevo mazga. Derivato da una radice MASAG "modellare, rendere duttile con manipolazioni, impastamento, etc." (LR.371). Una primitiva forma mazgâ è elencata; la forma assai più antica deve essere stata *masgâ, prima che la s fosse resa fonica in z in contatto con la seguente consonante fonica (qualcosa che sembra essere accaduta in Eldarin Comune; vedere Eide). Mazgâ mostra la comune desinenza aggettivale -â. In (tardo) Antico Sindarin, z divenne i prima di una consonante; confrontare Eide, dall'iniziale Ezde. Perciò mazga > maiga.
          maite "esperto, abile". Derivato dalla radice MA3 "mano" (LR:371); la forma primitiva è data come ma3iti con una desinenza aggettivale -iti. Una più breve desinenza -ti è vista in aggettivi come neiti- "piovoso, rugiadoso" (LR:376 s.v. NEI), phoroti "retto" o "nord" (LR:382 s.v. PHOR). Non sembrano esservi dirette attestazioni della più lunga desinenza -iti in vocaboli "ricostruiti" da Tolkien stesso, ma la desinenza Quenya -itë in aggettivi come uruitë "incandescente" (LR:396 s.v. UR) è chiaramente discendente da -iti. Il primitivo ma3iti divenne maite già allo stadio dell'Eldarin Comune, dopo la perdita della mediale 3 (H) e la modifica della finale corta -i in -e. - In "Noldorin", maite fornisce moed (LR:371); ciò dovrebbe corrispondere a maed in tardo Sindarin. (Un simile, sebbene semanticamente distinto vocabolo maed "ben fatto" è menzionato in PM:366; questo è detto essere derivato da magit-, presumibilmente indicando una forma completa *magiti.)
          malda "oro" (come metallo). In LR:386 derivato da una radice SMAL "giallo"; la forma primitiva è data come smaldâ, evidentemente mostrando fortificazione della mediale l > ld ed una (qui nominale) desinenza -â, con tutta probabilità semplicemente la radice-vocale raddoppicata e suffissa. Tale esempio, così come malina e malo sotto, dimostra che il primitivo gruppo iniziale sm- è semplificato in m- in Antico Sindarin. Tolkien considerò anche che l'Antico Sindarin ("Antico Noldorin") conservasse sm-, a sua volta fornendo il Sindarin/"Noldorin" hm- (m afona); vedere LR:387. Comunque, quest'idea fu evidentemente abbandonata (Anthony Appleyard ha sottolineato che se tale idea fosse valida nel periodo di SdA, mallorn dovrebbe essere stato invece hmallorn). Nella ricostruzione di David Salo dell'Antico Sindarin, il primitivo sm iniziale fornisce l'AS hm- (m afona), il quale a sua volta diviene m- fonica in Sindarin. - Sembra dubbio che la spiegazione del termine Eldarin per "oro" che è offerta nelle Etimologie fosse ancora valida nello scenario posteriore di Tolkien. Per una cosa, secondo la voce SMAL in Etim, il vocabolo Quenya per "oro" era anche malda. In SdA Appendice E, la parola Quenya per "oro" è detta essere invece malta (menzionata come il nome della tengwa #18). In accordo con ciò, una fonte successiva attesta che la radice Eldarin per "oro" era MALAT (PM:366) - non SMAL. Tolkien evidentemente decise di derivare il Quenya malta da *malatâ invece. La seconda dovrebbe produrre l'Antico Sindarin *malata, a sua volta fornendo il Sindarin malad (come nel nome Rathmalad, WJ:191).
          malina "giallo". Derivato da una radice SMAL (LR:386) dal significato simile; la forma primitiva è data come smalinâ. La desinenza -inâ sembra essere elementarmente una variante estesa della comune desinenza aggettivale o participia -. Altre parole in Antico Sindarin che esemplificano tale desinenza sono berina "impavido" e pikina "minuscolo", che devono essere derivate da *berinâ, *pikinâ. Via Antico Sindarin -ina, la primitiva -inâ rinvenne dal Classico Sindarin -en, una delle più comuni desinenze aggettivali in Grigio-elfico.
          malo pl. malui "polline, polvere gialla". Derivato da una radice SMAL "giallo" (LR:386); la forma primitiva è data come smalu con una desinenza assai inusuale; ove -u ricorre, essa tende a denotare parti del corpo (p.e. ranku "braccio", LR:382 s.v. RAK) o località (p.e. jagu- "golfo", LR:400 s.v. YAG). Smalu è il solo termine in -u che denota una sostanza; sembra che qui essa sia semplicemente un formatore di sostantivi usato per derivare un vocabolo per "qualcosa di giallo". - In Eldarin Comune, smalu presumibilmente divenne *smalo, producendo malo quando l'iniziale sm fu semplificata in m in Antico Sindarin. Come suggerito nell'articolo principale sopra, il fatto che la forma plurale mostri ancora -u- come una parte di -ui potrebbe essere spiegato dall'assunto che la sillaba finale del primitivo plurale *smaluî, *smalui non si modifichi in Eldarin Comune (mentre la finale -u divenne -o).
          map- "carpire, sottrarre con la forza". Semplicemente la radice MAP "afferrare con la mano, ghermire" (LR:371) with no additional elements. Tolkien probabilmente intendeva MAP come correlato con MA3 "mano", trovato alla stessa pagina nelle Etimologie.
          matthô-be "maneggiare" (questo è evidentemente semplicemente un'altra maniera di compitare matthóbe, matthó-be; confrontare per esempio buióbe). Derivato da una radice MA3 "mano" (LR:371). La forma primitiva è data come ma3-tâ (il trattino enfatizzando che - sia una desinenza derivazionale aggiunta ad una radice ma3-). Il suffisso - è una desinenza verbale assai comune, è si può vedere che la glossa "maneggiare" è molto letterale, da che ma3- indica "mano". Tolkien nota che ma3-tâ a sua violta genera l'Eldarin (Comune) mahtâ. Qui, la lettera h probabilmente rappresenta [x], sc. il tedesco ach-Laut: la retrospirante 3 fu eventualmente resa afona in contatto col suono afono t, divenendo [x]. Comparare wahtê "macchiare, lordare" dalla radice WA3, evidentemente l'Eldarin Comune per il Quenya Primordiale *wa3tê. Wahtê divenne l'Antico Sindarin watte (q.v.), ht essendo assimilato a tt, e mahtâ- deve similmente essere divenuto *mattó- in primevo AS, successivamente volgendo in matthó- quando la doppia tt divenne tth (vedere batthô - dobbiamo parimenti assumere che watte più tardi divenne *watthe). Matthô-be mostra la desinenza infinita -be (vedere buióbe), e dacché la primitiva desinenza verbale - non era quindi finale, la â diviene ó (qui compitato ô) invece di -a.
          mazga "pliant, soft" (LR:371 s.v. MASAG). Vedere maiga (la forma tarda).
          míre "gioiello". Derivato da una non definita radice MIR (LR:373); la forma primitiva potrebbe essere sia *mîri o (con più probabilità) *mîrê. La desinenza -ê può denotare sobstanze, così forse *mîrê originariamente indicava "gioiello" come un prodotto piuttosto che come una gemma specifica. Comunque, il Quenya mírë può essere usato per un (singolo, concreto) gioiello, e questo è probabilmente vero anche per l'identica parola in Antico Sindarin (sappiamo che ciò è vero per la parola discendente Sindarin mîr; confrontare I Lais del Beleriand p. 354, ove la luna è apparentemente chiamata menel-vîr o *"gemma dei cieli" [-vîr essendo la forma lenita di mîr]).
          mó pl. mai "mano". Derivato da una radice MA3 (LR:371), similmente definita come "mano". In tale voce nelle Etimologie, la parola Quenya Primordiale per "mano" è detta essere stata mâ3 con una vocale lunga (ma corta ma3- prima di una desinenza). Dopo la perdita della 3 gutturale, dovrebbe essere rimasto soltanto , e tale forma è attestata alla voce DAL, LR:353 (ove è detto che l'Antico Sindarin dalma "palmo della mano" probabilmente deriva da un composto di dal "piatto" e "mano"). Normalmente, la finale lunga -â diviene in Antico Sindarin -a (come il vocabolo dalma dimostra), ma in un monosillabo come tale vocale volge in ó, come â normalmente fa in vocaboli polisillabici quando non finale (vedere abóro). La forma plurale mai preserva l'originale qualità della radice vocalica: nello scenario linguistico delle Etimologie, la forma plurale del primitivo mâ3 dovrebbe essere *ma3î, divenendo *mâî, *maî, mai dopo la perdita della 3: se la a fosse pure lunga (può essere stata allungata per compensazione quando 3 fu persa), essa in breve divenne nuovamente corta quando si fuse nella desinenza plurale -î a produrre un dittongo /ai che rimase ai in Antico Sindarin. - Tale scenario può essere stato un poco modificato alla luce della visione successiva di Tolkien dello sviluppo del termine Eldarin per "mano". In VT39:11, in un documento che data circa dal 1960 (perciò dopo ben due decenni dopo che le Etimologie furono scritte), è detto che la parola primitiva per "mano" era maha piuttosto che mâ3. Dopo l'iniziale perdita della mediale h in Eldarin Comune (WJ:368), maha sarebbe divenuto *maa = con una vocale lunga, la quale dovrebbe nuovamente fornire l'Antico Sindarin come sopra. La forma plurale del primitivo maha dovrebbe presumibilmente essere *mahaî, *mahai, la quale potrebbe facilmente evolvere in mai dopo la perdita della h (probabilmente via *mâi).
          muina "familiare, caro". Derivato da una non definita radice MOY (LR:374); la forma primitiva dovrebbe essere *moinâ (confrontare il Quenya moina) con la desinenza aggettivale (o participia) -. Se a MOY potrebbe essere assegnato il significato "amore", *moinâ potrebbe essere considerato un participio passato "amato" e perciò "caro". Osservare la modifica nell'Antico Sindarin oi > ui (cfe. Uigolosse corrispondente al Quenya Oiolossë).
          naróbe è glossato "egli narra una storia" (pa.t. narne), ma tale glossa chiaramente non può essere presa alla lettera: naróbe è trasparentemente un infinito *"narrare una storia", che mostra la desinenza infinita -be vista in molti altri vocaboli glossati come infiniti, mentre il passato narne indica semplicemente *"narrava una story", senza elementi pronominali. Derivato dalla radice NAR2 "raccontare, riferire" (LR:374). Ciò corrisponde al Quenya nyar- (cfr. parole come nyarna "racconto, saga"). L'enunciazione alla voce NAR2 nelle Etimologie suggerisce che NAR sia la forma elementare di tale radice, con nyar- come una variante Quenya. Effettivamente non dovrebbe fare differenza presumere che l'originale radice fosse *NYAR, inquantoché ny (nj) come tutte le altre consonanti palatalizzate fu depalatalizzata allo stadio del Lindarin Comune (vedere kelepe), la forma Antico Sindarin dovrebbe essere stata ancora nar-. Sembra che non fosse così che Tolkien l'immagino, tuttavia. - La forma naróbe mostra la desinenza infinita Antico Sindarin -be (vedere buiobe). Naró- sembrerebbe rappresentare una primitiva radice verbale *narâ-, sc. la radice NAR2 con una -â suffissa che qui è apparentemente una desinenza verbale; tali formazioni sono relativamente rare (vedere spharóbe per un altro esempio). Ci si dovrebbe piuttosto attendere che la radice NAR2 funzioni come una radice verbale "elementare", il verbo essendo semplicemente nar- (aoristo nare), con l'infinito narie invece di naróbe. Non asterischiamo nare, narie, in quanto tali forme effettivamente occorrono nel materiale di Tolkien, solo con un prefisso: trenare, inf. trenarie "raccontare, dire alla fine". Naróbe sembra essere una formazione alternativa, ma il suo passato narne è formato direttamente dalla radice nar- (non **naróne o altro). Sicuramente il passato di trenarie è similmente *trenarne. La desinenza passata -ne è ben nota dal Quenya, ma nel nostro piccolo corpus dell'Antico Sindarin, è attestata soltanto qui. In massima parte i verbi derivati (con infiniti in -be) probabilmente formano i loro passati in -ne, p.e. buiobe "servire", pa. *buione. Comunque, il pa. di spharóbe "cacciare" può essere *spharne (invece di *spharóne), seguendo il modello stabilito da narne.
          ndagno "ucciso [come sostantivo], cadavere". Derivato da una radice NDAK "ammazzare" (LR:375), riguardo alla quale vedere ndakie. Se vi è una forma primitiva, dovrebbe essere *ndaknô con la desinenza maschile -. Tuttavia, tale desinenza è generalmente agentale quando aggiunta ad una radice con significato verbale. Cfr. vocaboli primitivi come *besnô "marito" da BES "sposare" (LR:352; perciò letteralmente "uno che sposa, uno che ha sposato qualcuno") e tirnô "guardiano" dalla radice TIR "scrutare, guardare" (LR:394, menzionato come parte del composto khalatirnô "guardiano dei pesci"). Perciò, una forma *ndaknô dovrebbe significare "uccisore" piuttosto che "uno ucciso". Sarebbe meglio, allora, presumere che ndagno sia effettivamente una forma personalizzata di *ndagna, un participio passato "ucciso" derivato da *ndaknâ con la frequente desinenza aggettivale/participia - (vedere khalla). - Prima di una consonante nasale, le esplosive afone divengono foniche in Antico Sindarin, perciò kn > gn. Confrontare ragme, tulugme, yadme.
          ndair "sposo". Derivato da una radice NDER (LR:375), detta essere una forma potenziata di DER "maschio adulto, uomo" (LR:354); il "potenziamento" si manifesta cone la nasalizzazione della consonante iniziale. La forma primitiva di ndair è data (in LR:375) come ndêro con la desinenza maschile -o; tale forma dà "Elfo." (= Eldarin Comune) ndæ^r. La lunga æ poi volge nell'Antico Sindarin ai. Tale sviluppo sembra piuttosto strano; è difficile trovare alcun parallelo ad esso. L'Antico Sindarin ai deve a sua volta divenire in Sindarin ae (o in "Noldorin" oe; alla voce NDER, ndair fornisce il "Noldorin" doer, corrispondente al maturo Sindarin daer - il quale è attestato, ma il linguaggio è travisato; vedere daer in questa lista). Comunque, vi sono altri esempi della primitiva non finale ê che produce il Sindarin î, e non ae: esempi che includono nêthê > S nîth e thêrê > S thîr (LR:376-377, 392 s.v. NETH, THÊ); cfr. anche rênê > S rîn in una fonte successiva (PM:372). L'esempio dîr (q.v.) da dêr indica che tale modifica è già occorsa in Antico Sindarin; possiamo presumere che nîth, thîr, rîn rappresenti l'Antico Sindarin *níthe, *thíre, *ríne. Se la primitiva non finale ê produce regolarmente l'Antico Sindarin ai (perciò *naithe, *thaire, *raine), le forme Sindarin dovrebbero essere state **naeth, **thaer, **raen, le quali non si trovano. Se ndair è invero derivato da ndêro, dobbiamo presumere che lo sviluppo è alquanto irregolare. Può essere che la lunga æ della forma Eldarin debba essere equiparata ad ae, rappresentando una forma con A infissa della radice NDER, perciò ndaer, il dittongo ae divenendo in Antico Sindarin ai (che in seguito ridivenne ae in Sindarin). Confrontare waide, q.v. Questo sviluppo not dovrebbe essere interamente in accordo con lo scenario delineato da Tolkien in VT39:10, ov'egli dice che ae divenne una lunga â nel ramo Telerin (Lindarin) della famiglia dei linguaggi Elfici. Se così, la forma Antico Sindarin di *ndaer (tardo *ndâr) dovrebbe forse essere *ndór invece di nd, dacché l'iniziale â divenne l'AS ó (a sua volta divenendo au in tardo Sindarin: **daur - ma l'effettivo discendente Sindarin di ndæ^r fu daer). Ma da che VT39:10 riproduce un documento di circa 25 anni più giovane delle Etimologie, talune modifiche nello scenario linguistico di Tolkien sono da aspettarsi. Tortuosità etimologiche a parte, la parola Sindarin per "sposo" dovrebbe essere daer.
          ndakie "ammazzare", pa.ndanke. Derivato da una radice NDAK "uccidere" (LR:375), in sé probabilmente una forma potenziata di NAK "mordere" (LR:374). La forma ndakie è costituita direttamente dalla radice con la desinenza infinita -ie, riguardo alla quale vedere bronie. Il tempo passato ndanke è derivato per infissione nasale e la desinenza -e; questa è anche una maniera comune di formare il passato in Quenya. Vedere lende.
          ndakro "massacro, battaglia". Derivato dalla medesima radice NDAK "uccidere" del verbo ndakie sopra (LR:375). La forma primitiva di ndakro dovrebbe essere *ndakrô, la quale è una forma alquanto sorprendente di rendere il senso di astratto; - è una desinenza (maschile/) agentale (WJ:371), così dovremmo aspettarci ndakro a intendere "uccisore" invece di "massacro". (Comparare bioro.) Forse una battaglia è in qualche modo personificata come un "uccisore" delle persone coinvolte? Per un altro possibile caso di un astratto Antico Sindarin in -ro, vedere etledro.
          ndangwetha "risposta" (sostantivo). Tale forma, menzionata in PM:395 come una più antica forma del Sindarin dangweth, può essere presa come Antico Sindarin (primitivo *ndangwethâ con una lunga finale -â?) Alla fonte, l'elemento finale è detto essere derivato da una radice gweth "riportare, dare conto di, informare di cose ignote o che si desidera conoscere". Tale radice è attestata solamente qui. Il primo elemento, ndan-, non è spiegato alla fonte, ma è ovviamente lo stesso della radice NDAN nelle Etimologie (LR:375), col significato "indietro". Una ndangwetha o "risposta" è quindi letteralmente un "riporto indietro". - Chiaramente il prefisso ndan- qui significa semplicemente "indietro, in ritorno", il quale non s'accorda molto bene con la spiegazione di Tolkien data in WJ:412, ove egli riferisce che "l'elemento *dan, *ndan- indicante l'inverso di un'azione, come a cancellarne o nullificarne l'effetto". Allora ndangwetha significherebbe, non "riporto indietro" = "risposta", ma piuttosto "ritiro di informazione precedentemente divulgata" (all'estensione il termine non dovrebbe avere affatto alcun senso). Naturalmente, può essere assunto che l'idea di base di ndan- = "indietro" sia stata sviluppata in varie direzioni in vari linguaggi Eldarin.
          ndîs "sposa" (LR:375 s.v. NDIS-SÊ/SÂ). L'effettiva radice è NDIS, detta essere una forma potenziata di NIS "donna"; la voce NIS stessa (LR:378) descrive NIS come una "elaborazione" dei più semplici elementi INI, , i quali a loro volta sono glossati "donna" (LR:377) e "femmina" (LR:361), rispettivamente. Osservare come la derivazione di una radice per "sposa" dal potenziamento di una radice dal significato elementare "woman" è parallela alla derivazione di "sposo" da un più semplice elemento indicante semplicemente "uomo"; vedere ndair. La forma primitiva di ndîs è data (in LR:375) come ndîsê, mostrando allungamento della radice vocalica e la desinenza femminile -ê. La forma Antico Sindarin è sorprendente, comunque: dovremmo piuttosto aspettarci *ndíse con l'originale -ê preservato come una corta -e. (Confrontare kelepe da kjelepê.) Tuttavia, la forma "finale" Sindarin dovrebbe essere dîs in entrambi i casi.
          ndissa "giovane donna" (cfr. dissa). L'intestazione della voce nelle Etimologie, NDIS-SÊ/SÂ (LR:375), sembrerebbe essere una ricostruzione in sé, puntando alle primitive forme *ndissê, *ndissâ. Riguardo la radice NDIS, vedere ndîs sopra; qui essa indica "donna" piuttosto che "sposa". Ndissa deve venire da *ndissâ, e Tolkien "NDIS-SÊ/SÂ" suggerisce che una desinenza separata - è coinvolta, ma di tale desinenza si può dire poco. In WJ:416, in una fonte molto più recente delle Etimologie, Tolkien menziona un termine primitivo neresâ. Questo è detto essere una "formazione aggettivale femminile" da NER "uomo", dal significato "colei che ha vigore o potenza d'uomo". Si ptrebbe speculare che *ndissâ sia un'altra "formazione aggettivale femminile" in -, cosìche fosse originariamente un aggettivo *"colei che è muliebre" (!), successivamente evolvendo in un sostantivo "giovane donna" in Antico Sindarin. - La forma alternativa *ndissê sembrerebbe includere la comune desinenza femminile -ê; ciò dovrebbe fornire ndisse in Antico Sindarin. Comunque, la desinenza - in b'ras-sê "calore" (vedere brasse) può essere totalmente irrelata.
          ndóko "guerriero, soldato". Derivato dalla stessa radice NDAK "uccidere" del verbo ndakie sopra (LR:375). La forma primitiva è data come ndâkô, con allungamento della radice vocalica e la desinenza maschile -ô, spesso agentale; perciò ndâkô è letteralmente *"uccisore". (In PM:362, Tolkien si riferisce ad una simile formazione come ad un esempio della "più antica e più semplice forma agentale".) Come d'uso, la â lunga non finale fornisce l'Antico Sindarin ó; cfr. abóro.
          ndolo "capo". Derivato da una non definita radice NDOL (LR:376). La forma primitiva dovrebbe essere *ndolô con una desinenza che potrebbe essere maschile, ma qui forma semplicemente un sostantivo, o potrebbe essere vista semplicemente come la radice vocalica suffissa. Il Quenya nóla non può discendere da *ndolô; tale termine Quenya deve rappresentare una distinta formazione primitiva *ndôlâ.
          ndor "terra" (solamente attestato nel composto Balandor, "Terra di Vala", Valinor). Nelle Etimologie, la parola Eldarin per "terra" è derivata da una radice NDOR "tollerare, stare, rimanere, indugiare" (LR:376). Nessun vocabolo Antico Sindarin vi è elencato, ma il Sindarin dor è dichiarato provenire dal primitivo ndorê. La forma intermedia Antico Sindarin dovrebbe essere *ndore, della quale -ndor in Balandor può essere una più breve forma composta (da *ndore). - Osservare, comunque, che Tolkien molti anni più tardi derivò le parole Eldarin per "terra" da una radice DORO "avvizzito, aspro, improduttivo" (WJ:413). Così pure, tale fonte tarda conferma che la forma Quenya Primordiale era ndorê (che Tolkien ora pensò essere formata dall'arricchimento iniziale d > nd). Ndorê è definita come "l'arida, aspra terra come opposto all'acqua o palude", successivamente sviluppando il significato "terra in generale come opposto al mare", e finalmente anche "una terra" come una particolare regione, "con confini più o meno definiti". (I confini di Balandor, Valinor, erano naturalmente ben definiti dal Mare.)
          nele pl. neleki "dente". Derivato da NÉL-EK (LR:376), apparentemente una più semplice radice *NEL con una forma estesa che mostra -K aggiunta a ómataina (la radice vocalica raddoppiata e suffissa). Una radice NEL è invero elencata in LR:376, ma il suo significato ("tre") sembra precluderne la connessione con NÉL-EK "dente". Nele pl. neleki deve rappresentare il primitivo *nelek pl. *nelekî, confrontare il Quenya nelet pl. nelci (la finale primitiva -k divenne -t in Quenya). Osservare che la finale -k seguendo una vocale è persa in Antico Sindarin, ma sopravvive nel plurale (dacché era "corazzata" dalla desinenza plurale e perciò non era finale: *nelekî > neleki). Comparare oro pl. oroti e skhapa pl. skhapati, q.v.
          nestak- "inserire, fissare" (LR:388 s.v. STAK). Il Sindarin nestegi deve derivare da una forma più piena di tale parola: *nestakie con la desinenza infinita -ie (vedere bronie). L'elemento finale in nestak- è chiaramente semplicemente la radice STAK "separare, inserire" stessa, ma da dove viene il prefisso ne-? Esso è probabilmente un elemento indicante "in". Una frase Sindarin (o "Noldorin") menzionata in J. R. R. Tolkien - Artist and Illustrator ha neledhi per "entrare" (Antico Sindarin *neledie, confrontare la forma attestata etledie con un altro prefisso). Un vocabolo indipendente Sindarin ned occorre in una variante della Lettera al Ra, nella frase nelchaenen ned Echuir "il trentunesimo giorno del Movimento" (SD:129). Se questo "del" è effettivamente "in", potrebbe essere connesso al primo elemento in nestak-, che dovrebbe quindi significare affatto letteralmente "incollare". Un termine Sindarin ned dovrebbe normalmente presumersi discendente dall'Antico Sindarin *net. Altri vogliono connettere ned alle radici NÉD, ÉNED (LR:376, 356) dal significato "mezzo", "centro", presumendo che ned "in" originariamente significhi "nel mezzo di". (Ma se la radice è NÉD, dovremmo aspettarci che il vocabolo Sindarin sia *nedh invece di ned.)
          ngalámbe "parlato barbaro". Questo vocabolo non è esplicitamente detto essere Antico Sindarin, ma sembra appartenere approssimativamente a quella fase dell'evoluzione linguistica. (Nelle Etimologie, tale parola è asteriscata come inattestata, quantunque - i vocaboli Antico Sindarin o "Antico Noldorin" non sono usualmente asteriscati. Per di più, potremmo esserci aspettati che la prima, atona a fosse già sparita in AS; è andata nella tarda forma Sindarin glamm.) Ngalámbe (l'accento semplicemente indica quale sillaba è tonica, non che la seconda a è lunga) è derivato da una radice ÑGAL (forma estesa ÑGALAM) "parlare rumorosamente o incoerentemente" (LR:377; Tolkien poi cambiò la radice in ÑGYAL, ma dacché le consonanti palatalizzate furono depalatalizzate allo stadio del Lindarin Comune [vedere kelepe], ngalámbe come una forma Antico Sindarin non sarebbe affetta da tale revisione). Mentre ngalámbe potrebbe probabilmente essere stato spiegato come la radice ÑGALAM (o *ÑGYALAM) con una fortificazione della mediale m > mb e la desinenza astratta -ê, -e, Tolkien effettivamente immaginò che fosse influenzata dalla parola lambe "idioma" (non altrimenti attestato in Antico Sindarin e non dato qui come una voce distinta, ma non possono esservi dubbi che questa fosse anche la forma di tale termine - ben noto dal Quenya - in AS). Lambe è ovviamente derivato dalla radice LAB "leccare" (LR:367), ma nelle Etimologie, tale vocabolo non è elencato in quella voce (sebbene il termine lamba riferito alla lingua fisica sia menzionato; è elencato come una parola Quenya, ma sicuramente ebbe la medesima forma in Antico Sindarin). In un saggio scritto molto più tardi delle Etim, Quendi ed Eldar circa del 1960, Tolkien spiegò che lambe è letteralmente "movimento della lingua, (modo di) usare la lingua" (WJ:394), essendo derivato "probabilmente" (WJ:416) da lab-mê, sc. una radice LABA "muovere la lingua, leccare" (cfr. LAB in Etim) con la sostantiva desinenza astratta o verbale - (riguardo alla quale vedere ragme). Il gruppo bm divenne mb in Eldarin Comune o anche prima, producendo la forma primitiva lambê (WJ:394), donde il Quenya ed Antico Sindarin lambe. La forma ngalámbe è menzionata nelle Etimologie come l'origine del Sindarin glamm "clamore" (Glamhoth essendo un nome degli Orchi), ma questa parola è anche derivata da una radice GLAM (LR:358), a sua volta detta essere la forma "Noldorin" (Sindarin) di LAM (tale G prefissa essendo assai comune in Sindarin; vedere WJ:411, nota 13). L'idea di Tolkien era che quel GLAM fosse stato "influenzato" da ÑGAL(AM). La radice LAM, di cui GLAM è una variante, è elencata in LR:367. LAM in sé non è definita; tutte le parole che fornisce hanno a che fare con suono. In una fonte molto posteriore, Tolkien affermò che LAM, LAMA "si riferisce ai suoni, specialmente a quelli vocali, ma fu applicato solamente a quelli che erano confusi o inarticolati. Essa fu generalmente usata a descrivere le varie grida di animali" (WJ:416). Nella stessa fonte, glam (glamb, glamm) è esplicitamente detto essere derivato da LAM (definita una "elaborazione" di tale radice). Questo scenario è certamente più o meno il medesimo di quello definito alla voce GLAM nelle Etimologie (LR:358), dacché GLAM vi è detto essere una variante di LAM. Ma in tale fonte successiva, nulla è detto di un'altra radice ÑGAL(AM) o ÑGYAL(AM), o di alcuna influenza da lambe "idioma".
          ngolfine "potere magico" (LR:381 s.v. PHIN). Questo vocabolo non è esplicitamente detto essere Antico Sindarin (o "AN"). È menzionato come l'origine del secondo elemento del nome Sindarin Fingolfin, così lo includiamo qui. La forma propria Antico Sindarin dovrebbe piuttosto essere *ngolphine, dacché la modifica ph > Sindarin f occorse in seguito. Come suggerito dalla glossa "potere magico", questo è un composto di due elementi. Ngol- può essere attendibilmente identifcato con la radice ÑGOL "saggio, saggezza, essere saggio" (LR:377), anche associata alla magia (confrontare il Quenya ingolë "arte profonda, magia" e il Sindarin gollor "mago"). Il secondo elemento fine, o meglio *phine, viene dalla radice sotto cui ngolfine è elencato: PHIN "agilità, abilità" (LR:380). La forma primitiva potrebbe essere *phini o *phinê (cfr. la più lunga forma phinde, q.v.; in tale voce sono discusse le ragioni per presumere che tale radice PHIN non può alla lunga essere valida nello scenario posteriore di Tolkien). Tolkien dice che ngolfine contiene tanto "phinya quanto -phini"; il primo deve essere più o meno identico all'aggettivo phinya "abile" (q.v.), mentre -phini deve essere una primitiva forma suggerita dell'elemento finale di ngolfine; tale parola dovrebbe evidentemente essere derivata da *ñgolphini. - Dovrebbe essere notato che Tolkien successivamente spiegò il secondo elemento del nome Fingolfin affatto differentemente. In PM:344, Fingolfin è detto essere il doppio nome Quenya Finwë Ñolofinwë dato in stile Sindarin e fuso in un unico nome. Ñolofinwë è il nome Finwë con un element prefisso ñolo- indicante "saggio" (ovviamente derivato dalla medesima radice ÑGOL di ngol- in ngolfine; vedere PM:344). Finwë diede il suo proprio nome a tutti i suoi figli, ma aggiunse prefissi per distinguerli: Curufinwë, Ñolofinwë, Arafinwë (più tardi, in Sindarin, noti come Fëanor, Fingolfin and Finarfin, rispettivamente, sebbene Fëanor sia un ibrido Quenya-Sindarin). Riguardo le varie spiegazioni di Tolkien del nome Finwë stesso, vedere Phinwe.
          ngolodo "uno del popolo saggio, Gnomo" = Quenya Noldo (LR:377 s.v. ÑGOL, ÑGOLOD). La forma primitiva è data in PM:360 e WJ:383 come ñgolodô (MR:350: ngolodô), derivato da una radice ÑGOL "saggio, saggezza, essere saggio" (LR:377) o "conoscenza, saggezza, tradizione" (WJ:383). La forma ñgolodô mostra raddoppio della base vocalica (ómataina) e la desinenza maschile/animale - (che sembra anche apparire nella forma nasalizzata -ndô; vedere sthabro, sthabrondo). Il nome di clan Noldor (Antico Sindarin *Ngolodi) significa "Maestri di Tradizione" (MR:350) o "i Saggi" (WJ:383) ("ma saggi nel senso di chi possiede conoscenza, non sagacia, capacità di giudizio" - Indice del Silmarillion, voce "Noldor").
          nguru, ngurtu "Morte". Derivato da una radice ÑGUR (LR:377), in sé non definita ma che fornisce unicamente poarole per morte. Le forme primitive devono essere *ñgurû, *ñgurtû; non è affatto chiaro da dove proviene la t nella seconda forma (questa sarebbe la sola attestazione della desinenza derivazionale -). La desinenza -û potrebbe essere interpretata come una desinenza maschile, se questa è Morte personificata come suggerisce la D maiuscola (il Quenya Nuru, come opposto a nuru, è esplicitamente detto essere la Morte personificata, un nome di Mandos). - La forma ngurtu deve essere Antico Sindarin iniziale, dacché il primitivo rt divenne rth (vedere alpha e cfr. bértha-; per un altro vocabolo "mancante" dell'attesa modifica rt > rth, vedere ortóbe).
          nî "donna". Tale vocabolo è identico alla radice 1 dal significato simile (LR:378-9). Posteriormente, fu rimpiazzato da ; vedere riguardo le ragioni di tale modifica.
          nidwa "imbottitura, cuscino". Derivato da una radice NID "appoggiarsi" (LR:378); la forma primitiva è data come nidwô. La desinenza - è per lo più inusuale, attestata solamente in tale vocabolo. Potrebbe essere una controparte nominale della desinenza aggettivale - (riguardo alla quale vedere katwe). Un nidwô è apparentemente *"un oggetto cui ci si può appoggiare". Normalmente, la primitiva finale -ô diviene -o in Antico Sindarin, non -a come in nidwa. In un'altra voce nelle Etimologie, (LR:399), è detto che quando wo (con una corta o, esplicitamente marcata come tale con un diacritico) era tonica, divenne wa in "Eldarin" (Eldarin Comune). Comunque, la vocale finale di nidwô è lunga, e se fosse o meno tonica non è noto. Dacché questo è il nostro solo esempio della desinenza -, dobbiamo semplicemente accettare che risulti come -wa in Eldarin Comune - forse ô era in qualche modo dissimilata seguendo w.
          nui "lamento", probabilmente sostantivo. La radice NAY è anche definita come "lamento" (LR:375), ma tale glossa è forse intesa come il verbo "lamentarsi" (come il verbo Quenya naina- derivato da tale radice). Tolkien menziona una primitiva forma naje (naye); la -e può essere una desinenza astratta (più spesso la lunga -ê). Tuttavia, naje sembra del tutto inabile a fornire l'Antico Sindarin nui; dovremmo piuttosto aspettarci *nai. Due forme Quenya, nai e noi, sono elencate; la seconda è evidentemente correlata a nui, dacché oi divenne ui in Antico Sindarin (cfr. l'AS muina, q.v., corrispondente al Quenya moina). Sembrerebbe che una forma collaterale irregolare noje risalisse al più tardi all'Eldarin Comune, e che questa sia l'origine del Quenya noi e dell'Antico Sindarin nui.
          [núma] "laccio" (e "cappio", come il Sindarin ?) (LR:379 s.v. SNEW). Tolkien rigettò tale forma, modificandola in sniuma, snýma, ma tutte queste parole sono chiaramente derivate dalla medesima forma primitiva (*sneumâ). Vedere sniuma.
          orie "salire". Evidentemente un infinito "sollevare"; vedere bronie riguardo la desinenza infinita -ie. La radice or- viene direttamente dalla radice ORO "salire" (LR:379), a sua volta apparentemente una variante con radice vocalica prefissa di (LR:384) con un significato simile. Confrontare ortie.
          orkhalla "superiore" (LR:363 s.v. KHAL2). Questo è khalla "nobile, esaltato" (q.v.) con il prefisso or- "sopra", derivato dalla radice ORO "su; salire; alto; ecc." (LR:379). Il composto quindi esprime *"super-esaltato". - Osservare che il discendente Sindarin di orkhalla è orchal; la forma orchel ricorrente due volte nelle Etimologie (voci KHAL2, ORO) è un travisamento. Sotto KHAL2, Christopher Tolkien ammette che la e della sua lezione è incerta; la forma corretta orchal si trova in WJ:305 (ivi tradotta "elevato").
          orko pl. orkui "folletto" (Orco). Nelle Etimologie, la forma primitiva di tale termine è data come órku (definita come "folletto"), derivato da una non definita radice ÓROK (LR:379). Tale radice può essere intesa come una variante con vocale-prefissa della radice ROK "cavallo", se questa originariamente si riferisse al destriero del mostruoso "Cavaliere nero sul suo cavallo selvaggio" che perseguitò gli Elfi da Cuiviénen, presumendo che la radice ROK fosse originariamente associata alle creature di Melkor. La forma plurale orkui preserva l'originale qualità della primitiva finale -u, mente la finale corta -u altrimenti divenne -o allo stadio dell'Eldarin Comune, perciò sg. orko (comparare malo pl. malui e ranko pl. rankui). Le forme orko, orkui devono essere iniziali Antico Sindarin, dacché k divenne kh seguendo r durante tale stadio (vedere alpha): dobbiamo presumere che la forma "propria" *orkho, *orkhui eventualmente si siano sviluppate. - Comunque, tale informazione dalle Etimologie può essere invalidata dallo scenario esposto nel saggio Quendi ed Eldar, scritto decenni più tardi. Qui, Tolkien derivò il termine Elfico per "Orco" da una radice RUKU avente a che fare con paura (WJ:389, non nelle Etimologie) ed elencò ipotetiche forme primitive: urku, uruku, urkô. La prima e l'ultima dovrebbero ambedue divenire *urkho in Antico Sindarin; uruku dovrebbe apparire come *uruk, a sua volta fornendo il Sindarin urug (WJ:390). Ma il più comune vocabolo Sindarin per "Orco" era orch, il quale secondo la stessa fonte deve essere derivato o da urkô (con la desinenza maschile -ô; AS *urkho pl. *urkhi) o da urkâ (AS *urkha), originariamente un aggettivo "d'Orchi" (con la comune desinenza aggettivale -â).
          oro "montagna", pl. oroti. Vi è anche un più lungo sg. oroto (il suo pl. dovrebbe probabilmente essere pure oroti). Derivato da una radice ÓROT "altitudine, montagna" (LR:379). ÓROT è in sé un'estensione della radice verbale ORO "salire" (LR:379), a sua volta apparentemente una variante con radice vocalica prefissa di (LR:384) con un significato simile. Le forme oro pl. oroti evidentemente rappresentano *orot pl. *orotî, la t essendo perduta quando finale, ma preservata nella forma plurale in quanto ivi era "protetta" dalla desinenza plurale. Confrontare gli esempi paralleli skhapa "sponda", pl. skhapati, e nele "dente", pl. neleki. - La più lunga forma oroto discende da una primitiva forma con alcuni elementi extra suffissi alla radice ÓROT, o *orotô o *orotu. Nel primo caso, la finale -ô è forse semplicemente la radice vocalica suffissa ed allungata. Se l'originale desinenza era -u, *orotu potrebbe appartenere ad un più esteso gruppo di termini primitivi in -u denotanti località: jagu "golfo", tumbu "profonda valle" e tundu "colle, tumulo" (LR:400 s.v. YAG, LR:394 s.v. TUB, LR:395 s.v. TUN). Comunque, se la primitiva forma era *orotu, dovremmo aspettarci che la forma plurale di oro fosse **orotui piuttosto che oroti, così sembra che dobbiamo optare per *orotô.
          Oroume > Araume "Oromë"; vedere Araume, la forma tarda.
          ortie "salire". Come orie dal siglificato simile, tale forma è apparentemente l'infinito di un verbo; cfr. bronie riguardo la desinenza infinita -ie. Ortie è derivato dalla medesima radice ORO "salire" (LR:379) di orie, ma mentre orie sembra essere derivato direttamente dalla radice, ortie deve essere l'infinito di *orta-, dal primitivo *ortâ- che mostra la desinenza verbale -. Dacché - è talvolta usato a formare verbi causativi (vedere bértha-), potremmo esserci aspettati che ortie significasse "sollevare" piuttosto che "salire". (Normalmente, verbi in - sono almeno transitivi.) Un'altra forma infinita derivata dalla stessa radice, ortóbe, significa invero "sollevare"; vedere sotto. (In Quenya, il verbo orta- ricopre tanto il senso di "salire" quanto di "sollevare".) È più inusuale che un verbo derivato come *ortâ- abbia un infinito Antico Sindarin in -ie; normalmente, tale verbo ha invece infinito in -be (e come già menzionato, una forma ortóbe effettivamente ricorre nelle Etimologie). Invero ortie appare come un confuso compromesso di orie (l'infinito del verbo primario or-) ed ortóbe (l'infinito del verbo derivato orta-); forse Tolkien immaginò che i due fossero stati mischiati. - Il gruppo rt diviene rth in Antico Sindarin (vedere alpha), così ortie dev'essere una primeva forma AS, più tardi divenendo *orthie.
          ortóbe "sollevare". Derivato dalla medesima radice ORO "salire" (LR:379) di ortie sopra; di nuovo, potremmo esserci aspettati invece *orthóbe. Altrimenti, come suggerito sopra, il verbo ortóbe sotto ogni aspetto si comporta piùsimilmente a come dovremmo aspettarci. Esso è transitivo, come un verbo in è usualmente (*ortâ-, vedere ortie), ed in Antico Sindarin mostra la desinenza infinita -be, come i verbi derivati fanno normalmente.
          pano "asse, tavola fissata, specialmente in un piano", pl. panui. Derivato da una radice PAN "piazzare, porre, fissare in loco (specialmente del legno)" (LR:380). Come una radice verbale, PAN evidentemente ha a che fare con l'inserire qualcosa al suo posto in una costruzione. La forma primitiva di pano è data come panô. La desinenza -ô è qui semplicemente un formatore di sostantivi, denotante 'qualcosa che è fissato nel suo posto', percià una "tavola fissata". Panô appare pressoché come una formazione agentale "chi pone, uno che pone", ma normalmente la radice vocalica è anche allungata in tali formazioni (**pânô); cfr. kânô da KAN (vedere Findekâno). - La forma plurale panui riflette il primitivo plurale *panôi > *panoi, dacché il dittongo oi divenne ui in Antico Sindarin (cfr. muina, Uigolosse). Tuttavia, tale forma plurale è alquanto sorprendente. Dovremmo aspettarci che il dittongo finale sia semplificato in -i già prima della modifica oi > ui. Confrontare poto "piede d'animale", pl. poti (primitivo potô pl. *potôi). La forma plurale panui che dovrebbe aspettatamente fornire *peny è in tardo "Noldorin", ma la forma plurale effettivamente elencata nelle Etimologie è pein (leggi pain in tardo Sindarin). Pein, pain deve essere derivata da *pani, non da panui. Si è tentato di dismettere il plurale panui come una sorta di errore; la lezione *pani rimuove tutti i problemi.
          panta "pieno" (confrontare yen-panta). Derivato da una radice KWAT (LR.366); la forma primitiva dovrebbe essere *kwantâ, un aggettivo derivato da infissione nasale e dalla desinenza aggettivale -â. (Eccetto che per la desinenza, questa non è la maniera più comune per derivare aggettivi; confrontare randa e runda per sostantivi derivati in una maniera similare.) Come puntualizzato alla voce alpha, il primitivo kw assai presto divenne p nel ramo Lindarin della famiglia dei linguaggi Eldarin (WJ:375 cfr. WJ:407 nota 5); cfr. anche póre sotto. - La radice KWAT come tale non è definita nelle Etimologie. Una fonte più tarda attesta che KWATA è una radice verbale espansa da una più semplice radice KWA, che "evidentemente" fa riferimento a compimento (WJ:392). - Pochi esempi suggeriscono che ad una fase nel periodo designato come Antico Sindarin, panta può essere apparso come *pantha; vedere thintha.
          parkha "secco". La radice PÁRAK (LR:380) non è definita, ma sembra indicare lo stesso. Tale radice potrebbe essree stata una forma estesa di una più semplice radice PAR, ma mentre tale radice è invero elencata nelle Etimologie, può a stento fornire una più lunga radice per "secco"; PAR significa "comporre, porre assieme". L'Antico Sindarin parkha ed il Quenya parca dovrebbero discendere da *parkâ, che mostra la comune desinenza aggettivale -â. Seguendo la liquida r, la primitiva k diviene kh in Antico Sindarin; vedere alpha.
          parma "libro". La forma primitiva è data come parmâ, derivato da una radice PAR "comporre, mettere assieme" (LR:380). La desinenza - è frequente nei nomi di utensili (vedere WJ:416, nota 33; comparare LR:389-390, ove takmâ derivato da TAK "fissare, fare rapidamente" è definito come "oggetto per fissaggio", fornendo parole come il Quenya tangwa "cerniera, borchia" e il Sindarin taew "contenitore, incavo, cerniera, borchia, stabile"). Comunque, un parmâ è un "oggetto composto" piuttosto che un "oggetto per comporre". La desinenza - qui sembra funzionare semplicemente come un formatore di sostantivi, il quale ha il suo normale significato quando è aggiunto ad una radice con un significato aggettivale (vedere pathwa sotto).
          parthóbi [leggi *parthóbe?] "disporre, comporre". Dacché altri dieci termini in Antico Sindarin hanno infiniti in -be (vedere buióbe per una elenco), si deve concludere che la desinenza -bi (trovata soltanto qui) è più verosimilmente un travisamento per -be. Tale parola è derivata da una radice PAR "comporre, mettere assieme" (LR:380); la forma primitiva dovrebbe essere *partâ- con la comune desinenza verbale -, che in tal caso aggiunge poco al significato della radice. Il gruppo rt diviene regolarmente rth in Antico Sindarin; vedere alpha. Per suo conto, *partâ dovrebbe apparire come *partha, ma quando la desinenza infinita -be è presente, -â non è finale e regolarmente diviene invece ó.
          pathwa "spiazzo livellato, prato". Derivato da una radice PATH (LR:380), in sé non definita, ma i vocaboli da esso derivati suggeriscono un significato elementare "liscio, livellato". La forma primitiva è data come pathmâ. La desinenza - è la stessa come in parmâ (vedere parma sopra). Qui essa è semplicemente un formatore di sostantivi, come in *kormâ "oggetto tondeggiante" > Quenya corma "anello" (confrontare la radice KOR "rotondo" nelle Etimologie, LR:365, sebbene queste parole derivate non siano qui menzionate). Pathmâ è etimologicamente semplicemente *"qualcosa di liscio", essendo usato per uno spiazzo livellato o prato. Osservare lo spostamento thm > thw in Antico Sindarin; questa è la nostra unica esplicita attestazione di esso.
          pattha "liscio". Derivato dalla medesima radice PATH *"liscio, livellato" (LR:380) come pathwa above; the forma primitiva è data come pathnâ con la frequente desinenza aggettivale -. Questo è il nostro solo esplicito esempio dello spostamento thn > Antico Sindarin tth.
          pele pl. pelesi, tardo pelehi "campo cintato", Antico inglese tún. (Pelehi fu travisato come "peleki" dal trascrittore delle Etimologie: LR:380 s.v. PEL(ES). Il primevo pelesi non potrebbe verosimilmente volgere in "peleki", ma per la modifica dell'intervocalica s in h, cfr. per esempio baraha [q.v.] da barasa. Pelesi > pelehi è pertanto assolutamente plausibile. un altro, simile travisamento volse khelesa in "khelelia"; vedere khele.) La radice, data come PEL(ES), sembrerebbe indicare un'elementare, più breve radice PEL con una forma estesa PELES (con ómataina, o radice vocalica raddoppiata, e la desinenza -S). PEL(ES) stessa non è definita, ma la più corta radice PEL, elencata sopra di essa, potrebbe ben essere qui la forma elementare. PEL significa "ruotare attorno ad un punto fisso"; il Quenya pel- significa "girare". Potrebbe essere che la forma estesa PELES sviluppi l'idea di base di "girare" verso "circondare" e perciò "cingere". Deve esservi stata una primitiva forma *peles (verosimilmente con una vocale finale breve che fu successivamente persa). *Peles divenne l'Antico Sindarin pele, la consonante finale essendo perduta. Al plurale, protetta dalla desinenza plurale cosicché non era finale, s persistette: *Pelesî > pelesi. Casi paralleli sono nele pl. neleki, oro pl. oroti, skhapa pl. skapati. In seguito, la forma plurale pelesi divenne pelehi, dacché l'intervocalica s divenne h (cfr. baraha, rappresentando il più antico barasa). Per un caso interamente parallelo, vedere thele pl. thelesi, tardo thelehi.
          pelthaksa "perno" (LR:380 s.v. PEL). La forma primitiva è data come pel-takse. Il primo elemento è semplicemente la radice sotto la quale tale vocabolo è elencato, PEL "ruotare attorno ad un punto fisso". Riguardo takse, Tolkien aggiunse un riferimento incrociato a TAK "fissare, assicurare" (LR:389). Può essere che la forma primitiva indipendente sia effettivamente *taksê con una lunga finale -ê, dacché le vocali finali lunghe dell'Elfico Primordiale sono comunemente abbreviate quando esse ricorrano come parte del secondo elemento di un composto (cfr. WJ:403, dove è spiegato che il primitivo khînâ "bambino" appare come -khîna quand'esso è il secondo elemento di un composto). Una desinenza - si trova in un gran numero di termini primitivi; in alcune parole, essa apparentemente denota qualcosa che è compiuto dall'azione denotata dalla radice: vedere brasse. Un *taksê può quindi essere *"qualcosa che è fissato o assicurato". Un pel-takse è *"un oggetto fissato che ha ancora qualcosa a che fare con la rotazione", *"l'oggetto fissato che qualcun altro ruota attorno", perciò un perno. In Antico Sindarin pelthaksa, l'iniziale lt è regolarmente divenuto lth (vedere alpha), ma la desinenza -a è sorprendente. La finale corta -e di pel-thakse dovrebbe essere stata perduta già in Eldarin Comune. Il Quenya peltas pl. peltaxi può invero rappresentare l'EC *peltaks pl. *peltaksî. Forse il finale -ks non era consentito allo stadio del Lindarin Comune, cosicché una nuova desinenza -â (successivamente AS -a) fu aggiunta al vocabolo?
          persôs "esso influenza, riguarda". Derivato da una radice PERES "influenzare, disturbare, alterare" (LR:380). Persô- deve rappresentare una radice verbale *persâ- (confrontare phalsâ- dalla radice PHÁLAS; vedere phalsóbe sotto). La desinenza -s, "esso", è apparentemente derivata dalla radice dimostrativa S- (LR:385). Qui, i pronomi primitivi su/ o so/ "egli" e si/ o se/ sono menzionati. Il tardo pronome Sindarin ha "esso" può suggerire che vi fosse anche un primitivo pronome *sa, * "esso". Confrontare la desinenza pronominale Quenya -s "esso" (come in tiruvantes "essi lo terranno", UT:305). Persôs potrebbe essere derivato da *persâ-sa.
          phaire "radianza". Derivato da una radice PHAY "irradiare, emettere raggi di luce" (LR:381). La forma primitiva è più probabilmente da intendersi come *phairê; la desinenza - qui ha circa il medesimo significato che nel termine thêrê "sguardo, viso, espressione" vs. la radice verbale THÊ "guardare" (LR:392).
          phalsóbe "schiumare". Derivato da una radice PHÁLAS, una forma estesa di una più semplice radice PHAL, in sé definita come "spuma" (LR:381; non è chiaro se questa sia "spuma" come sostantivo o come un verbo "spumeggiare"; forse li ricopre entrambi, dacché ambedue i verbi e sostantivi sono derivati da tale radice). Phalsó- deve rappresentare un'antica forma verbale *phalsâ- che di per sé apparirebbe come *phalsa, ma quando essa ha la desinenza infinita -be (vedere buióbe), l'originale desinenza antica -â diviene invece ó, dacché essa non è perciò finale. - Phalsóbe forniva il Sindarin faltho; tale termine quindi dimostra che ls divenne lth soltanto ad un ostadio successivo.
          pharasse (anche spharasse) "caccia, cacciare" (LR:387 s.v. SPAR). Vedere spharasse.
          pharóbe (anche spharóbe) "caccia" (verbo) (LR:387 s.v. SPAR). Vedere spharóbe.
          phasta "capelli incolti". Derivato dalla radice PHAS (LR:381), in sé non definita. Il verbo Quenya fasta- "aggrovigliarsi" può qui riflettere la forma più elementare, un verbo *phastâ- con la frequente desinenza verbale -. Questo dovrebbe divenire phasta in Antico Sindarin, però ora usato come sostantivo *"qualcosa che è aggrovigliato" = "capelli incolti" piuttosto che un verbo "aggrovigliare". Per altri possibili casi di verbi originali adoperati come sostantivi, vedere hwesta, rista.
          phauka "assetato". Derivato da una radice PHAU "aprirsi" (LR:381). La forma primitiva dovrebbe essere *phaukâ con la desinenza aggettivale - (come in poikâ, vedere ruska - comparare anche túka). Il Quenya fauca è definito come "che è a bocca aperta" tanto quanto "assetato, inaridito"; dacché la radice significa "aprirsi", "che è a bocca aperta" o *"che si apre" è probabilmente il significato più letterale di *phaukâ.
          Phayanôr (indicato come accentato sulla sillaba finale) nome masc., "Fëanor" (LR:381 s.v. PHAY). Pure il nome Fëanor era presente nei miti di Tolkien, ma egli ne reinterpretò ripetutamente il senso. Nel suo primevo Lessico Gnomico (1917), esso fu interpretato "vetraio" (LT1:253). Nelle Etimologie, il nome è detto significare "sole radiante": l'elemento iniziale phay- è identico alla radice PHAY "irradiare, emettere raggi di luce", sotto la quale il nome è elencato. Anôr è solo un'altra maniera di compitare anór, "sole" (in tardor Sindarin Anaur, a sua volta divenendo Anor: cfr. SD:306). Anôr è derivato dalla radice ANÁR (LR:348, ove è elencata la forma primitiva anâr-; il trattino suggerisce che qualche vocale finale non è inclusa - la forma piena qui può essere intensa come fosse anâro, dacché Phayanôr è derivato da Phay-anâro in LR:381 s.v. PHAY; d'altro canto, SD:306 cita Anâr senza vocale finale come la "più antica forma" della parola per il Sole). La radice ANÁR stessa è identificata come un "derivativo diNAR1", la radice Elfica per "fiamma, fuoco" (LR:374). La radice vocalica è prefissa a formare una variante intensiva di tale radice, il Sole essendo la "fiamma" suprema. Comunque, Tolkien abbandonò tale etimologia in fonti successive. La sua interpretazione finale del nome Fëanor è che significhi "Spirito di Fuoco" (MR:206, nota a pié di pagina). Egli venne a pensare a Fëanor come ad un ibrido del puro Quenya Fëanáro e del puro Sindarin Faenor. In Quenya Fëanáro, gli elementi sono fëa "spirito" e nár "fuoco", più una (probabilmente maschile) desinenza -o. Fëa "spirito" viene da una radice phaya dal significato simile (PM:352; in Quenya primevo fëa era evidentemente faya, dacché una forma Fayanáro è menzionata in PM:343). Ciò non rende obsoleta la radice PHAY "irradiare, emettere raggi di luce" nelle Etimologie (LR:381), giacché Tolkien afferma anche che "l'antica valenza [di fëa e fairë, in seguito usata per 'anima'] sembra essere piuttosto 'radianza'" (MR:250; il termine fairë "radianza" è anche elencato nelle Etimologie, sebbene là non vi sia alcuna allusione che essa possa anche significare "anima"). Il secondo elemento di Fëanáro è nár "fuoco"; le Etimologie elencano nár e náre, derivati dalla radice NAR1 "fiamma, fuoco" (LR:374). Come osservato sopra, la finale -o è probabilmente da intendersi come una desinenza maschile, sebbene concepibilmente possa anche essere la desinenza genitiva Quenya -o (fëa náro = letteralmente "spirito di fuoco"). Comunque, sembra che il Quenya piuttosto adoperi il caso possessivo-aggettivale in -va per descrivere che qualcosa consiste di, così questa è una interpretazione più dubbia. - La forma Antico Sindarin di Fëanáro, ne fosse esistita una, sarebbe presumibilmente stata *Phayanóro - non così differente dalla forma Phayanôr trovata nelle Etimologie, poiché sebbene Tolkien successivamente rivisitò l'interpretazione del nome, le primitive radici coinvolte rimasero le stesse. Ma ovviamente, il nome Phayanôr non era inteso come Antico Sindarin quando fu scritto; esso era "Antico Noldorin", il linguaggio che i Noldor parlavano in Valinor. Quando Tolkien rivisitò la storia del linguaggio a sonorità celtiche dei suoi miti, facendone la lingua dei Sindar della Terra di Mezzo invece della lingua dei Noldor di Aman, egli incidentalmente eliminò la possibilità che una forma del nome Fëanáro (nota soltanto dal Reame Benedetto) potrebbe essere occorsa nella più antica forma di quel linguaggio. I Noldor, adattando il nome Fëanáro al Sindarin, non svolsero il loro compito; essi "avrebbero" dovuto ricostruire la forma Eldarin Comune *Phayanârô, Antico Sindarin *Phayanóro, e derivare la "vera" forma Sindarin Faenor da tali forme primeve. Invece, come menzionato sopra, l'ibrido Quenya-Sindarin Fëanor riemerse. (Questa storia non si trova nelle Etimologie; qui Feanoúr, Féanor è genuino "Noldorin". Nella visione successiva di Tolkien della fonologia Sindarin, sarebbe probabilmente impossibile derivare tale forma, ma - forse per prendere il nome consolidato Fëanor - Tolkien adottò la spiegazione che esso dopotutto non fosse puro Sindarin.)
          phelga "caverna". Derivato da una radice PHÉLEG (LR:381) che è definita similmente. Phelga ed i suoi affini (il Quenya felya ed il Telerin felga) puntano ad una forma primitiva *phelgâ. La desinenza -â, spesso aggettivale, sembra qui indicare semplicemente un sostantivo inanimato. - Successivi sviluppi nella visione di Tolkien dei linguaggi di Arda gettano considerevoli dubbi sull'intera voce PHÉLEG e sulle parole Elfiche derivate da essa. Tale voce era intesa a spiegare il primo elemento nel nome Felagund, il quale nelle Etimologie è sottinteso significare *"Principe delle Caverne" (confrontare LR:366 s.v. KUNDÛ); Felagund fu ritenuto essere un nome Elfico a questo stadio. Posteriormente, Tolkien spiegò invece Felagund come un adattamento Sindarin dal Khuzdul (Nanesco) Felakgundu, Felaggundu "che erige caverne" (PM:352; vedere anche l'Indice del Silmarillion, voce Felagund - qui è sottolineato come la traduzione "Signore delle Caverne" ricorra nello stesso testo del Silmarillion, ma ciò sembra riflettere l'interpretazione iniziale di Tolkien di Felagund). In Nanesco Felakgundu, è gundu, non felak-, che significa "caverna" o "aula sotterranea" (PM:352).
          phenda "soglia". La radice PHEN (LR:381) non è definita; la forma primitiva deve essere *phendâ con fortificazione della mediale n > nd e la desinenza -â, qui indicante un sostantivo inanimato.
          pheren "faggio". Derivato direttamente da una radice PHÉREN (LR:381), la forma estesa di una più semplice radice PHER, formata dall'aggiunta -n all'ómataina (radice vocalica raddoppiata). La radice PHER (PHÉREN) è semplicemente definita come "faggio". Confrontare LR:352 s.v. BERÉTH, ove è affermato che "l'albero di faggio probabilmente era originariamente chiamato *phéren"; anche il vocabolo Antico Sindarin pheren è qui menzionato.
          pherna "faggina" (faggiole). Forse originariamente un aggettivo *phernâ, derivato dalla radice PHER "faggio" (LR:381) con la ferquente desinenza aggettivale -. Successivamente tale aggettivo fu forse usato come un sostantivo "qualcosa avente a che fare con (qualcosa che viene da) faggi" ed applicata alle faggiole.
          Phind-ambar nome masc. Tale nome non è esplicitamente detto essere Antico Sindarin, ma è menzionato come la forma ancestrale del nome tardo Sindarin Findabar (LR:381 s.v. PHIN), così lo includiamo qui. Il senso di tale nome è piuttosto oscuro; sembra essere un composto di phinde "abilità" (q.v.) e ambar "mondo"; vedere Gondambar per una discussione di tale elemento. Dacché Gondambar è definito come "Pietra del Mondo", forse Phind-ambar similmente indica *"Abile del Mondo", sc. l'individuo più abile del mondo?
          phinde "abile". Derivato da una radice PHIN "agilità, abilità" (LR:381); la forma primitiva è probabilmente intesa come *phindê con fortificazione della mediale n > nd e la desinenza astratta -ê. Ciò provoca un conflitto con lo scenario posteriore di Tolkien, come esposto in PM:362: il primitivo phindê è ora ridefinito ad intendere "treccia", mentre nelle Etimologie, il primitivo vocaboloper "treccia, ciocca di capelli" era stato spindê (LR:387 s.v. SPIN; Antico Sindarin sphinde). Vedere Phinwe.
          *Phindekóno possibile correzione di Findekâno, q.v.
          Phinwe nome masc., "nome di capo Gnomo [= Noldo]", Quenya Finwë. Nelle Etimologie, tale vocabolo era derivato da una radice PHIN "agilità, abilità" (LR:381). Secondo LR:398 s.v. WEG, la desinenza -we vista in tal nome discende dal suffisso astratto - (riguardo il quale vedere yaiwe). Sembrerebbe che quando le Etimologie furono scritte, Tolkien intendesse che il nome Phinwe indicava "Abile". Tuttavia, in una fonte più tarda egli afferma che il nome Finwë non ha necessariamente alcun significato al postutto, "che non vi è alcun riferimento intenzionale a o connessione con altre radici già esistenti in Eldarin primitivo" (PM:340). Nella stessa fonte, la desinenza -we is anche reinterpretata: non lontano essendo spiegata come un suffisso astratto, è detta essere un antico termine per "persona", derivato da una radice EWE (non nelle Etimologie). In PM:344, comunque, è suggerito che il nome Finwë fosse almeno associato a parole per "capelli" (come il Quenya findë), sebbene Tolkien mettesse in chiaro che ciò non dovrebbe essere visto come "prova conclusiva" che il nome Finwë fosse effettivamente correlato con tali parole. Ciò si riferisce alle idee di Tolkien rivedute circa il significato della radice PHIN, ora avente a che fare con capelli invece che con abilità - vedere phinde sopra.
          phinya "capace". Derivato dalla medesima radice PHIN "agilità" (LR:380) di phinde "abilità". La forma primitiva dovrebbe essere *phinjâ con la ben attestata desinenza aggettivale - (l'origine della -ya del nome Quenya = "Elfico, Quenya", primitivo kwendjâ, WJ:360, 393). - Osservare che il primitivo *nj persiste nel vocabolo Antico Sindarin (compitato ny). Ciò dimostra che vi è una distinzione tra nj = palatalizzata n e nj = n seguito da j (come in tal caso, dacché phinya = phin- + jâ). Suoni palatalizzati furono depalatalizzati già allo stadio del Lindarin Comune (cfr. kelepe da kjelepê), così se il nj di *phinjâ fosse stata una palatalizzata n invece di un gruppo n + j, la forma Antico Sindarin dovrebbe essere stata **phina.
          phuine "notte". Derivato da una radice PHUY (LR:382), non definita in sé, ma l'affine Quenya fuinë, huinë significa "ombra profonda" piuttosto che "notte" (mentre i termini Quenya per "notte" sono derivati dalla radice PHUY senza addizioni: Fui, Hui). Phuine (ed il Q fuinë, huinë) deve venire da una primitiva forma *phuinê o concepibilmente *phuini. Tuttavia, nessuna primitiva desinenza -ni è menzionata nelle carte di Tolkien, mentre una desinenza - appare in poche delle sue forme "ricostruite" primitive. In neinê "lacrima" (da una radice NEI di significato simile, LR:376) sembra essere semplicemente un formatore di sostantivi. Un altro sostantivo in - è slignê "tela di ragno" (LR:386 s.v. SLIG). Il vocabolo ornê "albero (esile)" può fornire il miglior indizio per il (o un) significato elementare di -: Dacché ornê è dichiarato essere correlato all'aggettivo ornâ "eretto, alto" (UT:266), possiamo speculare sul fatto che - sia una desinenza nominale corrispondente alla comune desinenza aggettivale -, un ornê essendo letteralmente un "oggetto alto", usato con riferimento ad alberi esili. Similmente, potrebbe esservi un primitivo aggettive *phuinâ "oscuro" od "ombroso", con un sostantivo corrispondente *phuinê che produce l'Antico Sindarin phuine "notte" ed il Quenya fuinë, huinë "ombra profonda".
          phuióbe "provare disgusto, aborrire". Una formazione interamente parallela a buióbe: la radice PHEW di significato simile (LR:381) dovrebbe aver fornito un primitivo verbo *pheujâ- con la comune desinenza verbale -, che qui non aggiunge nulla al significato della radice stessa. Come in buióbe, il primitivo euj qui diviene ui (sebbene eu di per sé divenga io o iu; vedere bioro, biuro). *Pheujâ- di per sé dovrebbe normalmente apparire come *phuia-, ma quando la desinenza infinita -be è presente, â non è finale e regolarmente diviene ó, perciò phuióbe.
          pikina "minuscolo". Derivato da una radice PIK che non è definita nelle Etimologie (LR:382), ma sembra avere a che fare con piccolezza: il Quenya pitya "piccolo" (come in Pityafinwë "Piccolo Finwë", PM:353) probabilmente rappresenta il primitivo *pikjâ, sc. PIK con una desinenza aggettivale (cfr. anche Pitya-naucor o Picinaucor per "nanerottoli", WJ:389; la forma prefissa pici- conferma che la radice è PIK). Comunque, pikina non può rappresentare *pikjâ; questo termine Antico Sindarin deve venire da *pikinâ con un'altra desinenza aggettivale, riguardo alla quale vedere malina.
          póre "pugno". La radice è KWAR, che nelle Etimologie è definita come "mano stretta, pugno" (LR:366). Póre, così come il Quenya quárë, punta ad una primitiva parola kwârê o meno probabilmente kwâri. (Nelle Etimologie, il Quenya quárë fu modificato da quár, ma quár riappare in una fonte successiva in PM:318.) La forma póre dimostra sia la modifica Lindarin Comune kw > p (vedere alpha, panta) che la modifica Antico Sindarin della non finale â in ó (vedere abóro). Comunque, in PM:318, la radice KWAR è definita "premere assieme, comprimere, strizzare" e la forma primitiva è data come kwâra (la desinenza -a probabilmente è semplicemente la radice vocalica suffissa). Ciò dovrebbe invece aver fornito l'Antico Sindarin *pór (cfr. il Telerin pár), dacché la finale corta -a fu perduta allo stadio dell'Eldarin Comune. Sia póre che *pór dovrebbero divenire paur (-bor) in Sindarin, quantunque.
          poto "piede d'animale", pl. poti (LR:382 s.v. POTÔ). L'intestazione della voce nelle Etimologie, POTÔ, è chiaramente una parola completa ricostruita in sé stessa, rappresentante una più corta radice *POT. Non v'è molto da dire circa una primitiva forma potô, che Tolkien non spiegò ulteriormente in alcun modo; la desinenza -ô è normalmente maschile o d'agente, ma qui può essere semplicemente la radice vocalica suffissa ed allungata, o solo un formatore di sostantivi (come in panô; vedere pano). Potô fornisce regolarmente l'Antico Sindarin poto, ma il plurale poti è interessante. Il primitivo plurale *potôi dovrebbe probabilmente apparire come potoi allo stadio immediatamente precedente l'Antico Sindarin, ma sembra che i dittonghi finali (eccetto -ui) fossero semplificati a tale stadio, così che sostantivi terminanti in una vocale formavano i loro plurali dell'eliminazione di tale vocale prima che la desinenza plural -i fosse aggiunta. Perciò poto pl. poti invece di *potui per potoi (oi divenne ui, cfr. muina, Uigolosse). Comunque, un sostantivo Antico Sindarin, pano "tavola", sorprendentemente ha il pl. panui (invece di *pani) e perciò non segue tale modello. Vedere pano.
          puióbe "sputare" (verbo). Derivato da una radice PIW, anch'essa definita "sputare" (LR:382). Il verbo primitivo era evidentemente *piujâ- (confrontare tuio, q.v., dalla radice TIW, dove l'affine Quenya tiuya- chiaramente punta ad una primitiva forma *tiujâ-). La desinenza - è una comune desinenza verbale (ma il Quenya piuta, anch'esso indicante "sputare", deve rappresentare *piutâ- con un'altra desinenza). *Piuj- era probabilmente *piui- ad un qualche stadio, ma il "trittongo" iui fu semplificato in ui in Antico Sindarin (cfr. euj- anch'esso divenendo ui; è invero probabile che euj- divenne iuj, iui in alcune fasi, essendo quindi semplificato in ui; vedere buióbe per un possibile esempio). *Piujâ- di per sé dovrebbe apparire in Antico Sindarin come *puia-, ma quando la desinenza infinita -be (riguardo alla quale vedere buióbe) è presente, l'iniziale â non era finale e regolarmente divenne ó, perciò producendo la forma puióbe.
          ragme "sonda", sostantivo. Derivato da una radice RAK "stendere, raggiungere" (LR:382); la forma primitiva è data come rakmê con una desinenza che forma sostantivi astratti. Comparare alcune forme menzionate in WJ:416: julmê "bisboccia, gozzoviglia", dalla radice JULU "bere" (WJ:416) o labmê "l'azione di *LABA", sc. una radice avente a che fare con il leccare o muovere la lingua (WJ:416). Cpsì rakmê è letteralmente un sostantivo verbale "raggiungimento", successivamente essendo usato nel senso di "sonda". - K diviene la fonica g per assimilazione alla seguente m: invero tutte le esplosive afone divengono foniche prima di una nasale. Confrontare ndagno, tulugme, yadme.
          ragna "curvato". Forma primitiva data come ragnâ, sc. la radice indefinita RAG (LR:382) con una desinenza - che è o aggettivale o forma participi passati (vedere khalla). Ciò può suggerire che la radice RAG abbia un significato verbale *"curvare, chinare".
          randa "ciclo, era" (100 Anni Valinoreani). Derivato da una radice RAD "indietro, ritorno" (LR:382). La forma primitiva randâ mostra infissione nasale ed una desinenza -â che è qui usata a formare un sostantivo; per un altro esempio di una simile derivazione, comparare rundâ da RUD (vedere runda). Dando il significato della radice, sembra che randa letteralmente si riferisca a qualcosa che ritorna o viene indietro, perciè un ciclo temporale (e pertanto usato anche ad intendere era).
          ranko pl. rankui "braccio". Derivato dalla medesima radice RAK "stendere, raggiungere" di ragme sopra; un "braccio" è quindi concepito come "ciò che si stende/giunge all'esterno". La forma primitiva è data come ranku. La desinenza è interessante; diversi vocaboli primitivi denotanti parti del corpo mostrano la desinenza -u: oltre a ranku abbiamo mbundu "muso, naso" (LR:372 s.v. MBUD) e tûgu "muscolo, tendine" (LR:394 s.v. TUG; vedere túgo rigrardo il secondo; la forma Antico Sindarin di mbundu non è data, ma dovrebbe essere stata *mbundo). Nei casi di tûgu e mbundu, la desinenza -u potrebbe essere semplicemente la radice vocalica suffissa, ma questo non può essere il caso di ranku, dacché la radice vocalica qui è a. Tale termine è pertanto prezioso nello stabilire che vi è realmente una desinenza indipendente -u talvolta ricorrente nei nomi di parti del corpo. Accanto a tale desinenza, ranku mostra anche infissione nasale, la quale sembra rendere tale forma interamente parallela a mbundu "muso, naso" (da una radice MBUD "proiettare", perciò "ciò che sporge", così come ranku è "ciò che si stende/giunge all'esterno" < radice RAK "stendere, raggiungere"). Ranku diviene l'Antico Sindarin ranko in quanto la finale corta -u divenne -o allo stadio dell'Eldarin Comune; l'originale qualità della vocale è comunque preservato prima della desinenza plurale -i, creando un dittongo ui che non cambiò. Confrontare malo pl. malui ed orko pl. orkui.
          rattha "corso, letto di fiume". Derivato da una radice RAT "camminare" (LR:383). La forma primitiva è data come rattâ (o ratta; vi è un diacritico a indicare che la vocale finale può essere lunga o corta - ma rattha deve derivare da rattâ, poiché la finale corta -a fu perduta allo stadio dell'Eldarin Comune). La duplicazione della t può esser vista semplicemente come una fortificazione della mediale di qualche tipo; la finale -â può avere qui un significato locale, denotante un luogo ove qualcosa (precisamente acqua) "cammina" o corre. Confrontare il sinonimo yura (*jurâ), derivato da una radice di significato "correre" per mezzo della medesima desinenza. - Il primevo tt divenne tth in Antico Sindarin; cfr. batthô da battâ.
          rauda "concavo, cavernoso". Derivato da una radice ROD "caverna" (LR:384). Tale vocabolo deve essere derivato da una forma Eldarin Comune *raodâ con la desinenza aggettivale -â aggiunta ad una variante con A infissa della radice ROD. Questo sembra essere il nostro solo esplicito esempio dell'Eldarin Comune *ao che fornisce l'Antico Sindarin au. In VT39:10, Tolkien suggerisce che aodivenne la lunga â nel ramo Telerin (Lindarin) della famiglia dei linguaggi Elfici. Se così, la forma Antico Sindarin di *raodâ dovrebbe forse essere *róda invece di rauda, dacché il primevo â divenne l'AS ó, ma in Sindarin Classico, sia rauda che *róda dovrebbero divenire raudh in ogni modo. (Confrontare VT39:10, ove Tolkien deriva il Sindarin caul "grosso carico" da kâlô, in sé rappresentando una forma più antica, con A infissa della radice KOL, evidentemente intesa come *kaolâ. In tale schema, la forma intermedia Antico Sindarin tra kâlô e caul dovrebbe essere *kólo; nella concezione iniziale di Tolkien come esemplificata nelle Etimologie, la forma dovrebbe essere *kaulo. Ma come già menzionato, la discrepanza non ha effetto sulla forma Sindarin "finale" del termine.)
          rauta "metallo" (significato modificato da Tolkien da "rame"). La "radice" data nelle Etimologie, RAUTÂ (LR:383), sembra essere una parola completa ricostruita. Tuttavia, essa non può essere ulteriormente analizzata con ogni certezza. Potrebbe, fra diverse possibilità, rappresentare una variante con A infissa di una più semplice radice *RUT.
          ríge "corona". Derivato da una radice RIG che non è definita nelle Etimologie (LR:382); comunque, PM:347 ci informa che RIG significa "avvolgersi, avvolgere". Nelle Etimologie, la forma primitiva di ríge è data come rîgê, la quale può essere intesa come un'originale formazione astratta "serpeggiante, avvolgente" in seguito essendo applicata ad una concreta ghirlanda e perciò una "corona". (Vedere síre per un possibile esempio di uno sviluppo parallelo.) Tuttavia, PM:347 dà la forma primitiva come rîgâ (definita come "serto, ghirlanda"). Questa -â dovrebbe essere semplicemente una desinenza nominale. Sia rîgê che rîgâ dovrebbero produrre il Sindarin (= rhî nel "Noldorin" delle Etimologie), ma la forma Antico Sindarin di rîgâ dovrebbe essere *ríga.
          rimba "frequente, numeroso". Derivato da una non definita radice RIM (LR:383); la forma primitiva è data come rimbâ, con fortificazione della mediale m > mb e -â aggettivale.
          rimbe "calca, ressa". Derivato dalla stessa radice indefinita RIM di rimba sopra; la forma primitiva è data come rimbê, con fortificazione della mediale m > mb e la desinenza nominale -ê, che può avere molti significati. Essa occorre in un certo numero di termini denotanti sostanze (vedere kelepe per alcuni esempi) e dacché una "calca" o "ressa" sono persone considerate come una mass piuttosto che come individui, tale significato può essere rilevante.
          ringe "freddo". La "radice" o intestazione della voce data nelle Etimologie, RINGI (LR:383, semplicemente definiuta come "freddo") sembra essere una parola completa "ricostruita" in sé. Essa mostra la desinenza aggettivale -i (frequente in aggettivi di colore; vedere barane). La corta finale -i volse in -e già in Eldarin Comune; pertanto, il Quenya ha similmente ringe "freddo" (ma anche ringa con un'altra desinenza aggettivale, sebbene tale forma Q non sia elencata nelle Etimologie - anche la sua controparte Antico Sindarin, se ne esistette una, dovrebbe essere *ringa).
          rista- "lacerare, strappare". Derivato da una radice RIS "sfregiare, strappare" o "tagliare, fendere" (LR:384). Alla seconda voce RIS-, è data una primitiva forma rista-; la forma assai antica deve essere stata ristâ- con una vocale lunga finale (una corta -a dovrebbe essere stata persa già in Eldarin Comune, non apparendo in Antico Sindarin). La desinenza - è un comune suffisso verbal; esso può essere causativo ma qui non aggiunge nulla al significato della radice elementare. Un sostantivo rista è visto nel composto ekla-rista (q.v.); tale sostantivo dovrebbe essere derivato dal verbo. Esso si riferisce a fenditure nel paesaggio, perciò ad una forra o ravina. Per un altro caso di una radice verbale in -ta (anche) essendo usata come un sostantivo, confrontare hwesta; cfr. anche phasta.
          ró "leone", pl. rówi. Derivato da una radice RAW (LR:383), in sé non definita; una forma primitiva è data come râu, con allungamento della radice vocalica ed uno spostamento alquanto sorprendente W > U. Dacché la lunga â divenne ó in Antico Sindarin (vedere abóro), una forma *róu deve essere emersa, ma la u fu evidentemente assimilata nella precedente vocale: *róu > *róo > *. Ciò non avviene nel plurale, dove evidentemente abbiamo *râwî (*râuî?) > rówi.
          romba "corno, tromba" (tale voccabolo ricorre anche in Quenya). Derivato da una radice ROM "rumore intenso, squillo di corno, etc." (LR:384). La forma primitiva dovrebbe essere *rombâ, la quale in relazione alla radice ROM mostra fortificazione della mediale m > mb e la (in tal caso nominale) desinenza -â. Il significato di untermine derivato in tale maniera non è prevedibile; comparare rimba, ove un aggettivo è derivato dalla radice RIM adoperando esattamente i medesimi espedienti.
          róna "est", derivato dalla radice "salire" (LR:384), in sé una variante di ORO "su; salire; alto; etc." (LR:379). Ciò identifica l'Est come la direzione del sole che sorge. È, tuttavia, possibile che róna fosse originariamente "est" come un aggettivo piuttosto che come un sostantivo; la forma primitiva deve essere *rônâ con la desinenza aggettivale -. Dacché il primitivo ô normalmente fornisce l'Antico Sindarin ú, û (cfr. brûna da b'rônâ), potremmo esserci aspettati invece *rúna. Róna forniva il Sindarin rhûn, ove lo spostamento O > U è invero occorso, così forse dobbiamo presumere che róna sia Antico Sindarin primevo, successivamente divenendo *rúna. Naturalmente, è anche possibile che róna sia semplicemente un travisamento di *rúna nel manoscritto originale di Tolkien. - Può essere che il Sindarin rhûn dopotutto non possa essere derivato da róna. Nel "Noldorin" delle Etimologie, la primeva iniziale r- diviene l'afona rh-, così in "Noldorin", róna potrebbe agevolmente fornire rhûn. Comunque, Tolkien rivide la fonologia quando il "Noldorin" divenne Sindarin; ora l'iniziale r- fu invariata in Classico Grigio-elfico. Un termine Antico Sindarin róna, *rúna dovrebbe pertanto essere divenuto **rûn, non rhûn, in Sindarin. Rhûn ora richiederebbe una forma primeva *sróna, *srúna. Può essere che Tolkien, quando rivisitò la fonologia "Noldorin"/Sindarin , per qualche ragione cercò di prendere rhûn come il vocabolo Sindarin per "est" (invece di emendarlo in rûn), ed escogitare qualche sorta di spiegazione storica per questo.
          rostóbe "incavare, scavare". Derivato da una radice ROD, in sé definita come "caverna" (LR:384). La forma primitiva dovrebbe essere *rodtâ- con la comune, talvolta causativa desinenza verbale - (riguardo alla quale vedere bértha-); perciò *rodtâ- ha a che fare con il "causare" la presenza di una caverna o buca, o semplicemente "scavare". Tale vocabolo da solo dimostra esplicitamente che il primitivo dt divenne st in Antico Sindarin (ma cfr. anche il Sindarin hast dal primitivo sjad-ta [LR:389 s.v. SYAD]; la forma Antico Sindarin non è data, ma dovrebbe essere stata *hyasta). *Rodtâ- di per sé dovrebbe apparire in Antico Sindarin come *rosta, ma quando la desinenza infinita -be (riguardo alla quale vedere buióbe) è presente, la primeva â non era finale e regolarmente diveniva ó, producendo perciò la forma rostóbe.
          rúma "suono intenso, squillo di tromba". Derivato da una radice ROM "rumore intenso, squillo di corno, etc." (LR:384). Questo, così come l'affine Quenya róma, punta ad una primitiva forma *rômâ con allungamento della radice vocalica e la desinenza -â, qui un formatore di sostantivi (più comunemente usato per derivare aggettivi). Per la modifica ô > û, confrontare brûna da b'rônâ.
          runda "club". Derivato da una radice RUD (LR:384), in sé non definita; la forma primitiva è data come rundâ, con infissione nasale e la desinenza -â, qui usata come un formatore di sostantivi (cfr. rúma above). Runda fornì il Sindarin grond; Grond è meglio conosciuto come un nome della mazza di Morgoth.
          ruska "bruno". L'intestazione della voce RUSKÂ data nelle Etimologie (LR:385) sembra essere una parola primitiva ricostruita piuttosto che soltanto una "radice". Essa mostra la frequente desinenza aggettivale -â, o con probabilità pure la più lunga desinenza aggettivale - (cfr. per esempio poikâ "netto, puro" da POY, LR:382). Tuttavia, se la desinenza - è presente, dobbiamo postulare una nuova radice elementare *RUS (chiaramente non la stessa di RUS "lampo, bagliore metallico" in LR:384). - Inizialmente, sk diviene skh in Antico Sindarin (vedere skhalia), ma non sembrerebbe che tale modifica occorra medialmente (non **ruskha).
          russe "metallo polito". Derivato da una radice RUS "lampo, bagliore metallico". La forma primitiva, molto probabilmente *russê, mostra una semplice desinenza -ê talvolta ricorrente nei nomi di sostanze (vedere kelepe) combinata col raddoppio della mediale S come qualche sorta di fortificazione (cfr. tali primitive parole come rossê "rugiada" [Lettere:282] derivato da una radice ROS [LR:384, ove il primitivo rossê non è menzionato, ma il suo discendente Quenya rossë lo è). Se una più lunga desinenza - è presente, il suo significato è oscuro. Una desinenza - occorre in pochi vocaboli; sotto brasse argomentiamo che essa può essere usata a derivare termini per qualcosa che è compiuto dall'azione denotata dalla radice, ma in tal caso, la radice non ha affatto un significato verbale.
          salape "erba aromatica, pianta verde commestibile". La "radice" o intestazione della voce data nelle Etimologie, SALÁK-(WÊ) (LR.384), sembra essere una completa ricostruzione di un primitivo termine *salakwê. Originariamente, tale vocabolo apparentemente indicava "erba", il quale è ancora il significato del Quenya salquë e dell'Ilkorin salch. La desinenza - evidentemente qui forma un sostantivo (forse è una controparte nominale della desinenza aggettivale -; vedere commenti in katwâ sotto katwe). Come d'uso, kw diviene p (vedere alpha). - Non si dà informazione circa l'elemento radicale SALAK; esso presumibilmente indica semplicemente "erba" (già il primevo dizionario "Qenya" di Tolkien aveva un vocabolo salki "erba"; vedere il Lessico Qenya p. 84).
          salpha "cibo liquido, zuppa, brodo". Derivato da una non definita radice SÁLAP (LR:385); Quenya salpa- "lappare, sorseggiare" può fornire un indizio per il suo significato elementare. Sia questo verbo Quenya che il sostantivo Antico Sindarin probabilmente derivano da una forma *salpâ. Come d'uso (cfr. alpha), p di seguito a l diviene ph in Antico Sindarin.
          síre "fiume", derivato da una radice SIR "fluire". Síre (con allungamento della radice vocalica e la desinenza -e) è effettivamente una formazione sostantiva astratta o verbale, letteralmente *"fluente", ma il vocabolo fu applicato a qualcosa di concreto (un fiume). Simili formazioni sono frequenti in Quenya (il quale linguaggio invero ha sírë con il medesimo significato). La forma primitiva dovrebbe essere o *sîrê o *sîri. Comparare ríge da rîgê; vedere anche slíwe, che rappresenta slîwê.
          sirya- "fluire", derivato dalla radice SIR (LR:385) di significato simile: la forma primitiva è sicuramente *sirjâ- con la frequente desinenza verbale -, che qui non aggiunge significato (in Quenya, il più semplice verbo sir-, derivato dalla radice senza addizions, era in uso). Alla luce del verbo skhalia- derivato da skaljâ, potremmo esserci aspettati invece siria-; vedere skhalia-.
          skhalia- "velare, nascondere, riparare dalla luce", derivato dalla radice SKAL1 "riparare, occultare (dalla luce)" (LR:386); la forma primitiva dovrebbe essere *skaljâ- con la frequente desinenza verbale *-. (L'aggettivo skhalla, vedere sotto, viene da un antico participio passato derivato direttamente dalla radice.) Per altri esempi del primitivo iniziale sk- che diviene in Antico Sindarin skh-, vedere skhalla, skhella. La desinenza *- qui risulta come -ia, la semivocale *j (= inglese y) volgendo in una vocale piena i; nel vocabolo sirya- (< *sirjâ) sopra, la semivocale persiste. Potremmo esserci aspettati *siria. Dacché tale verbo divenne sirio "fluire" in Sindarin, la y infine volse in una vocale piena anche in tal caso. Forse *sirjâ-, *skaljâ- divenne sirya-, *skhalya- in Antico Sindarin iniziale, successivamente (ma ancora durante il periodo AS) divenendo *siria-, skhalia-.
          skhalla "velato, celato, ombreggiato, ombroso", derivato dalla radice SKAL1 "riparare, occultare (dalla luce)" (LR:386); la forma primitiva è data come skalnâ, con una desinenza - che talvolta forma semplicemente aggettivi (confrontare magnâ), ma spesso funziona anche come una desinenza participia passata. In tal caso, skalnâ letteralmente significa "celato", il participio passato della radice verbale "celare" (ma probabilmente non riconoscibile come un participio passato allo stadio dell'Antico Sindarin). Per altri esempi dell'assimilazione *ln > ll, vedere khalla (< khalnâ) e skhella (< skelnâ).
          skhapa pl. skhapati "riva". Derivato da una radice SKYAP (LR:386), in sé non definita. La forma primitiva è data come skjapat- (skyapat-), il trattino finale evidentemente indicando che vi era originariamente qualche vocale finale che non può essere ricostruita (l'intero vocabolo può essere stato *skjapata, o cn probabilità *skjapate o *skjapato; non potrebbe essere **skjapatu o **skjapati, dacché queste dovrebbero aver fornito l'Antico Sindarin **skhapato o **skhapate, rispettivamente). La vocale finale (*-a, *-e o *-o) fu perduta già in Eldarin Comune, producendo una forma skjapat. È stato suggerito che t sia qui qualche sorta di marcatore duale (comparare la desinenza duale Quenya -t), skjapat riferendosi ipoteticamente alle due rive di un fiume. Comunque, possiamo pure presumere una primitiva radice espansa *SKYAPAT (con una T suffissa a *SKYAPA, sc. la radice SKYAP con ómataina, raddoppio della radice vocalica). Confrontare tali varianti come ESE > ESET (LR:356), o ORO > ÓROT (LR:379). - l'originale gruppo iniziale skj- fu semplificato in sk- allo stadio del Lindarin Comune, quando le originali consonanti palatalizzate furono depalatalizzate (vedere kelepe). In Antico Sindarin, sk- regolarmente diviene skh-; confrontare skhalia, skhalla sopra e skhella sotto. Dalla sola forma Antico Sindarin è quindi impossibile dire se l'originale parola primitiva avesse sk- o skj-. - In AS, la consonante finale di skjapat si perde nel singolare (skhapa), ma t persiste nella forma plurale, dacché vi era "protetta" dalla desinenza plurale -i (primitivo -î) e perciò non era finale. Confrontare nele pl. neleki, oro pl. oroti, pele pl. pelehi, thele pl. thelehi.
          skhella "nudo", derivato dalla non definita radice SKEL (LR:386); la forma primitiva è data come skelnâ, con una desinenza - che talvolta forma semplicemente aggettivei (confrontare magnâ), ma spesso funziona anche come una desinenza participia passata. Se alla radice indefinita SKEL è assegnato un significato verbale *"spogliarsi, denudarsi", skelnâ può essere inteso come un participio passato (ma allo stadio Antico Sindarin dovrebbe probabilmente essere percepito come un aggettivo). Per altri esempi dell'assimilazione *ln > ll, vedere khalla (< khalnâ) e skhalla (< skalnâ).
          slaiwa, tardo thlaiwa, "malaticcio, infermo, malato", derivato da una radice SLIW "infermo" (LR:386). La forma primitiva è data come slaiwâ. La desinenza aggettivale -â è assai comune. L'infissione della A che volge la radice SLIW in slaiw- è meno usuale, ma vi è un certo numero di formazioni parallele, come thausâ "sudicio, maleodorante, putrido" dalla radice THUS (LR:393) e taurâ "autorevole, potente" da TUR (LR:395); fuori dalle Etimologie abbiamo anche maikâ "acuminato" da una radice MIK, vedere WJ:337, e naukâ *"rachitico" da NUKU, WJ:413. - Come vediamo, slaiwa ha una forma alternativa (apparentemente tarda) thlaiwa; confrontare slíwe/thlíwe sotto. Nelle Etimologie, lo scenario di Tolkien vedeva l'iniziale sl dapprima divenire thl-, in tardo "Noldorin" anche fl-: Slaiwa, via thlaiwa, divenne in "Noldorin" thlaew (o thloew - Tolkien cambiò i suoi propositi ora in un senso ora nell'altro riguardo il fatto che ai fornisse ae od oe), ed in tardo "Noldorin", thlaew a sua volta divenne flaew. Slíwe "malattia" verosimilmente divenne thliw (via thlíwe), e thliw alla fine divenne fliw. Nel Sindarin come più tardi emerse nelle note di Tolkien, vi furono certe revisioni: l'iniziale sl- ora fornisce il Sindarin lh- (l afona), così i discendenti Sindarin di slaiwa e slíwe dovrebbero essere *lhaew e *lhiw (o meglio *lhîw) piuttosto che flaew e fliw come in "Noldorin". Se cogliamo mantenere quanto più possibile del materiale delle Etimologie, possiamo scegliere di assumere che in Antico Sindarin sl dapprima divenne thl, e quindi thl a sua volta fornì il Sindarin lh.
          slíwe, tardo thlíwe, "malattia". Derivato dalla medesima radice SLIW "infermo" (LR:386) di slaiwa sopra, ma senza infissione della A. La forma primitiva è data come slîwê, con allungamento della radice vocalica e la desinenza astratta -ê. Osando assegnare un significato verbale alla radice SLIW, namely *"essere malato", slîwê potrebbe essere visto come una specie di sostantivo verbale con diversi paralleli: vedere síre. - Riguardo alla variazione sl/thl, vedere slaiwa sopra.
          sniuma, anche snýma, "laccio", o "cappio" se il termine indica lo stesso del vocabolo Sindarin che fornisce. Tolkien dapprima scrisse núma, indi lo modificò in sniuma, snýma (la dicitura nella nota tra parentesi di Christopher Tolkien in LR:387 s.v. SNEW non è interamente chiara, ma sniuma, snýma sono chiaramente a indicare forme "AN", non "N"). La radice SNEW significa "impigliare"; sniuma è chiaramente da riferirsi ad una forma primitive *sneumâ (confrontare il Quenya neuma). La desinenza - è spesso usata a derivare parole per utensili; vedere parma. Uno sneumâ è quindi un "oggetto per accalappiamento". - Il dittongo eu qui diviene iu; confrontare biuro (o bioro) da beurô. Sembrerebbe che sniuma successivamente divenne snýma, indicando un ulteriore sviluppo iu > ý; in tardo Sindarin, dovremmo invero aspettarci sniuma a finire in *nýw (e non hniof, come nel "Noldorin" delle Etimologie). La forma Antico Sindarin rigettata núma sembrerebbe indicare che eu divenne invece ú, ma altrove non vi sono chiari paralleli di un tale sviluppo; forse questo fu semplicemente un errore, presto corretto. La forma núma dovrebbe anche indicare che l'iniziale sn fu semplificata in n già a questo stadio, ma in sniuma il primevo iniziale sn persiste, e quest'ultimo costituì evidentemente la decisione finale di Tolkien. (Il tardo Sindarin ha solamente n in ogni modo; una revisione che Tolkien effettuò nel "Noldorin" delle Etimologie - che gli iniziali sn, sm divennero hn, hm afoni - fu accantonata in seguito. Vedere la nota di Christopher Tolkien in LR:387, indicante che pure nelle stesse Etim, tale revisione non fu portata a compimento coerentemente.)
          sóba "succo", derivato dalla radice indefinita SAB (LR:385). L'affine Quenya sáva punta ad una primitiva forma *sâbâ. Come d'uso, la lunga â non finale diviene ó in Antico Sindarin (vedere abôro). La desinenza -â è spesso aggettivale, ma è anche abbastanza comune in sostantivi denotanti oggetti inanimati (non poi così comune in sostantivi denotanti sostanze, comee "succo").
          sphanga "barba". Derivato da una radice SPÁNAG (LR:387), in sé non definita: primitivo spangâ. La desinenza -â potrebbe essere semplicemente la radice vocalica suffissa ed allungata, o può essere un'indepindente desinenza -â usata a formare un sostantivo inanimato. Così come sk diviene skh- (vedere skhalia), sp diviene sph. Altri esempi sono elencati sotto: spharasse, spharóbe, sphinde, sphíndele. Le forme alternative di spharasse e spharóbe, precisamente pharasse e pharóbe, sembrano indicare che s prima di ph sia andata perduta durante la fase Antico Sindarin, così forse sphanga "barba" più tardi apparve come *phanga. La forma Sindarin era in ogni caso fang.
          spharasse (anche pharasse) "caccia, cacciare" (riguardo la variazione sph- vs. ph-, vedere sphanga sopra). Derivato da una radice SPAR "cacciare, inseguire" (LR:387). La forma primitiva dovrebbe essere *sparassê, sc. la radice SPAR + una desinenza *-assê avente varie funzioni. La forma Antico Sindarin -asse è esplicitamente attestata solamente in tale vocabolo, ma la tarda desinenza Sindarin -as (spharasse > faras) si trova in nomi collettivi, sostantivi verbali e sostantivi derivati da aggettivi. Questo è ovviamente un sostantivo verbale. Confrontare per esempio il Sindarin galas "crescita" (Antico Sindarin *galasse) vs. il verbo galo "crescere" (AS *galóbe); vedere LR:357 s.v. GALA. - È possibile che la desinenza *-assê sia in qualche modo connessa alla desinenza locativa Quenya -ssë, sebbene la precisa relazione tra esse sia oscura.
          spharóbe (anche pharóbe) "cacciare" (verbo). Riguardo la variazione sph- vs. ph-, vedere sphanga. Derivato da una radice SPAR "cacciare, inseguire" (LR:387). La forma naróbe mostra la desinenza infinita Antico Sindarin -be (vedere buiobe). Spharó- sembrerebbe rappresentare una primitiva radice verbale *sparâ-, sc. la radice SPAR con una -â suffissa che qui è apparentemente una desinenza verbale; tali formazioni sono alquanto rare (vedere naróbe per un altro esempio). La radice SPAR dovrebbe piuttosto essere attesa come funzionante come una verbal radice "elementare", il verbo essendo semplicemente **sphar- (aoristo **sphare), con l'infinito **spharie invece di spharóbe.
          sphinde "ciocca di capelli". Derivato da una radice SPIN (LR:387), in sé non definita, ma la forma primitiva spindê è definita come "treccia, ciocca di capelli". Spindê è formato da SPIN con fortificazione della mediale n > nd ed una desinenza -ê (che qui non sembra essere né astratta né femminile, sua usuale funzione; essa appare semplicemente come un formatore di sostantivi). Comunque, Tolkien in una fonte assai più recente delle Etimologie derivò termini Eldarin per "treccia" da phindê invece di spindê (PM:362). Phindê dovrebbe divenire *phinde, non sphinde, in Antico Sindarin - ma questo a sua volta cozza con un vocabolo per "abilità" elencato nelle Etimologie. Vedere phinde.
          sphíndele "capelli (intrecciati)" (LR:387 s.v. SPIN). L'accento sulla i probabilmente indica semplicemente che questa è la sillaba accentata, non che la vocale è lunga. Tale vocabolo è sphinde "ciocca di capelli" o *"treccia" (vedere sopra) con la desinenza -le, in sé indubitabilmente la forma Antico Sindarin (e Quenya) dell'antica desinenza astratta - (VT39:16). Ora "capelli (intrecciati)" non è naturalmente un astratto come tale, ma possiamo pensare a sphíndele come indicante letteralmente qualcosa tipo *"trecciare", usato con riferimento a capelli sistemati in trecce.
          stabne, sthamne "stanza, camera". Derivato dalla radice STAB (LR:387), in sé non definita. I vocaboli derivati da essa suggeriscono che il significato elementare può avere qualcosa a che fare col legno. Due forme primitive sono suggerite: stabnê e stambê, una che mostra la desinenza indipendente -, l'altra infissione nasale e la più breve desinenza -ê. Le desinenze -, -ê qui sembrano funzionare semplicemente come formatori di sostantivi; mentre esse possono essere desinenze femminili, questa non è chiaramente la loro funzione qui. Sembrerebbe che sia stabne che sthamne discendano da stabnê, non stambê: in Antico Sindarin, il primitivo mb è invariato, cf. per esempio rimba da rimbâ (LR:383 s.v. RIM), così stambêdovrebbe aver fornito l'AS stambe > sthambe. Sembra, quindi, che stabnê dapprima fornì l'AS stabne (l'unica modifica essendo il normale accorciamento della vocale finale), ma in seguito la b fu assimilata alla seguente n, che diviene m. Un altro sviluppo AS volse l'iniziale st in sth. (Confrontare i termini elencati sotto: sthabro/sthabrondo, sthalga, sthanka, stharna, sthina, tutti derivati da radici in ST-; l'esempio stabne suggerisce che le più antiche forme AS conservarono l'originale gruppo st- invariato: *stabro etc.) La modifica st > sth non sembra ricorrere medialmente, però; cfr. vocaboli come hwesta, nestak-, rista (non **hwestha, **nesthak-, **ristha).
          sthabro, sthabrondo "carpentiere, costruttore, edificatore". Derivato dalla medesima radice STAB (LR:387) di stabne, sthamne sopra. Se STAB essenzialmente ha a che fare col legno, come suggerito sopra, uno sthabro è essenzialmente uno che realizza costruzioni in legno. La forma primitiva dovrebbe essere *stabrô con la desinenza agentale/maschile - (WJ:371; confrontare bioro); Il significato più letterale può essere qualcosa come *"taglialegna", perciò carpentiere. Nella forma più lunga sthabrondo, la desinenza -ro è stata espansa dall'aggiunta di un'altra desinenza maschile ancora dopo di essa: -ndo, primitivo -ndô: Confrontare un vocabolo primitivo come la(n)sro-ndo (leggi forse *-ndô) "uditore" (LR:368 s.v. LAS2), ove il trattino di Tolkien indica che due distinte desinenze sono presenti. La desinenza -ndô può essere una versione nasalizzata della desinenza - vista nella forma primitiva del termine Noldo, ñgolodô (Antico Sindarin ngolodo, q.v.) Poiché il Lindar primevo espandeva così spesso la desinenza agentiva -, -ro to -ro-ndô, vocaboli primitivi in - spesso terminano in -ron in tardo Sindarin. Sthabrondo stesso forniva il Sindarin thavron (mentre la forma più breve sthabro dovrebbe aver fornito *thavr, successivamente *thavor, ma tali forme non appaiono).
          sthalga "affidabile, stabile, fermo". Derivato dalla radice STÁLAG (LR:388), in sé non definita. La forma primitiva è data come stalga, ma la forma assai più antica deve essere stata *stalgâ con la normale desinenza aggettivale -â. (Nessuna -a finale corta in Quenya Primordiale fa questo in Antico Sindarin o in alcuna altra lingua Eldarin; tali vocali sparirono già in Common Eldarin.)
          sthamne (< stabne) "sala, aula"; vedere stabne.
          sthanka "spaccato, diviso". Derivato da una radice STAK "dividere, inserirsi" (LR:388). Due forme primitive sono qui suggerite: stankâ e staknâ. Quest'ultima dovrebbe aver invece fornito l'Antico Sindarin *sthagna, così dobbiamo andare con stankâ; forse Tolkien cercò di indicare che una primitiva forma staknâ fu assai anticamente metatesizzata in stankâ (non uno sviluppo regolare). È probabile che le glosse "spaccato" e "diviso" siano da intendersi in un senso aggettivale/participio, non come sostantivi "uno spaccato, una divisione". In quel caso, staknâ è chiaramente da intendersi come un participio passato derivato da STAK con la frequente desinenza - (vedere khalla). Se stankâ not è semplicemente una variante metatesizzata di staknâ, potrebbe essere visto come un aggettivo (con lo stesso significato del participio passato) derivato per mezzo di infissione nasale e la comune desinenza aggettivale -â. (Confrontare sthinta.)
          stharna "privo di vitalità, teso, rigido, avvizzito". Derivato dalla radice STAR "tendere" (LR.388); la forma primitive dovrebbe essere *starnâ con la frequente desinenza aggettivale -. Qui, la desinenza non modifica il significato della radice, che è già aggettivale.
          sthinta "corto". L'intestazione della voce STINTÂ nelle Etimologie (LR:388), essa stessa definita come "corto", sembra essere una parola completa in sé. Potrebbe essere una variante con nasale infissa di una più semplice radice *STIT- con la desinenza aggettivale -â. - Pochi esempi suggeriscono che ad uno stadio nel periodo designato come Antico Sindarin, sthinta può essere apparsa come *sthintha; vedere thintha.
          sulkha "radice" (specialmente come edibile). La radice SÚLUK non è definita. La forma primitiva dovrebbe essere sulkâ (cfr. il Quenya sulca); qui -â funziona di nuovo come un formatore di sostantivi. Seguendo l, l'iniziale k volge in kh; vedere alpha.
          taika "confine, limite, linea di demarcazione". Tale forma, menzionata in WJ:309 come una più antica forma dell'elemento Sindarin taeg in Taeglin (= Teiglin), non è esplicitamente identificata come Antico Sindarin. Comunque, la forma più primitiva dovrebbe probabilmente avere una lunga finale -â, così includiamo taika qui. Diversamente dalla maggior parte dei termini dalle Etimologie, tale forma è asteriscata come indefinita (ma allora Tolkien pensò a questa come all'antenato di un vocabolo Sindarin dal principio, mentre le parole "Antico Noldorin" dalle Etimologie furono originariamente immaginate per essere state parlate nel Reame Benedetto, ove la scrittura fu inventata in un momento iniziale). La radice è detta essere taya "marca, linea di demarcazione", con una forma alternativa tayak che è probabilmente da intendersi come una estensione. La forma primitiva dalla quale taika deriva dovrebbe probabilmente essere *taikâ (per *taykâ), con -â usato come un formatore di sostantivi (o concettualmente è giusta la radice vocalica suffissa ed allungata).
          tára "elevato". La forma primitiva è data come târâ, derivata da una radice TÂ/TA3 "alto, elevato, nobile" (LR:389) con la desinenza aggettivale - (per quest'ultima, confrontare un vocabolo primitivo come wa3râ "sudicio, sozzo" dalla radice WA3- "lordare, macchiare", LR:397; vedere wóra). La forma più antica di târâ può essere stata *ta3râ; posteriormente la retrospirante 3 fu perduta e la precedente vocale fu allungata a compensare tale perdita. - È sorprendente che târâ non fornisca l'AS *tóra, dacché la â non finale normalmente diviene ó (vedere abóro). Può essere che tára sia un travisamento per *tóra nei manoscritti originali di Tolkien: la stesura "Q tára, AN tára" trovata in LR:389 sembra piuttosto ridondante; Tolkien potrebbe semplicemente aver scritto invece "Q, AN tára". Sembra verosimile, quindi, che egli effettivamente scrisse o almeno intendeva scrivere "Q tára, AN tóra". Confrontare la derivazione di wóra (q.v.) da wa3râ, che dovrebbe essere interamente parallela a *tóra da *ta3râ.
          targa "tenace, rigido". Derivato dalla non definita radice TÁRAG (LR:390); la forma primitiva è data come targâ, con la comune desinenza aggettivale -â.
          tarsa "trappola", sostantivo. Derivato dalla non definita radice TARAS (LR:391); la forma primitiva dovrebbe essere *tarsâ. La desinenza -â è qui usata a formare un sostantivo (essa è più comunemente un formatore di aggettivi). Sostantivi astratti come "trappola" raramente mostrano tale desinenza; una più comune desinenza astratta è -ê. Forse -â è qui semplicemente la radice vocalica suffissa ed allungata. Il discendente Sindarin di tarsa (tars, tass) ha invero assuntoun significato lievemente meno astratto: "compito" (ma anche "lavoro").
          tektha "marchio" (isolato da andatektha, q.v.). Derivato dalla radice TEK- "apporre un marchi, scritto o disegnato" (LR:391); la forma primitiva dovrebbe essere *tektâ. Il suffisso - è più spesso una desinenza verbale, ma qui è adoperato a formare un sostantivo. Questo è il solo esplicito esempio dimonstrante che il primitivo *kt divenne kth in Antico Sindarin. L'affine Quenya di tektha, tehta, è anche usato con riferimento a marchi diacritici (specialmente i marchi delle vocali della scrittura Fëanoriana).
          thele "sorella"; pl. thelesi, tardo thelehi. Derivato da THEL, THELES, anche definiti come "sorella" (LR:392; comparare wathel). La radice elementare THEL è vista avere una forma espansa THELES, formata aggiungendo la desinenza -S ad ómataina (radice vocalica raddoppiata, qui E). Tolkien confrontò questa con la derivazione di toron "fratello" da una più breve radice TOR. Deve esservi stata una primitiva forma *theles (probabilmente con una corta vocale finale che fu successivamente perduta). *Theles diviene l'Antico Sindarin thele, la consonante finale essendo perduta. Al plurale, protetta dalla desinenza plurale così che non risultasse finale, la s persiste: *Thelesî > thelesi. Casi paralleli sono nele pl. neleki, oro pl. oroti, skhapa pl. skapati. Posteriormente, la forma plurale thelesi divenne thelehi, dacché l'intervocalica s divenne h (cfr. baraha, rappresentante l'antico barasa). Per un caso interamente parallelo, vedere pele pl. pelesi, tardo pelehi.
          thintha- "sbiadire". Derivato da una radice THIN che in sé non è definita, ma il primo vocabolo primitivo elencato in tale voce, thindi "pallido, grigio, esangue", è probabilmente indicativo del significato elementare (LR:392). Il verbo Antico Sindarin thintha- deve venire da *thintâ- con la comune desinenza verbale -; il significato letterale meaning di tale verbo è forse "divenire grigio". Destando nteresse, l'iniziale nt qui diviene nth (cfr. anche wintha- dal primevo winta-, sebbene wintha sia depennato). nei termini panta "pieno", sthinta "corto" e wanta "dipartire, morire", non può osservarsi la modifica nt > nth. (Wanta- non è esplicitamente identificato come Antico Sindarin, ma gli altri due lo sono.) Forse tali vocaboli erano *pantha, *sthintha, *wantha- a qualche stadio durante il periodo Antico Sindarin. Per riassumere le nostre osservazioni su modifiche simili da un capo all'altro di tale dizionario: le esplosive t, p, k sono viste divenire in Antico Sindarin th, ph, kh seguendo un'altra t, p, o k (vedere batthô), seguendo una k (vedere tektha), seguendo l ed r (vedere alpha), seguendo l'iniziale s- (vedere skhalia), ed ora anche seguendo n, sebbene nel caso della maggior parte di queste regole, vi siano anche parole dove tali modifiche apparentemente non si riscontrano. Si sta tentando di generalizzare una regola "t, p, k non seguendo alcuna consonante > th, ph, kh in Antico Sindarin" - con alcune regole extra che elencano le condizioni ove th, ph, kh prontamente si reinvertono in t, p, k (e.g. "le mediali sth, sph, skh sopravvivono soltanto inizialmente, altrimenti reinvertono in st, sp, sk"). Il vocabolo sthinta "corto" destando interesse mostra la modifica st > sth, ma non la modifica nt > nth. Forse il primitivo stintâ brevemente apparve come l'Antico Sindarin *sthintha, come suggerito da thintha, ma poi divenne sthinta- in quanto nth si invertì in nt medialmente? Se così, il vocabolo di cui sopra, thintha- "sbiadire", può essere divenuto *thinta- posteriormente.
          thlaiwa < slaiwa "malaticcio, infermo, malato" (SLIW). Con ogni possibilità non è una forma valida nella concezione posteriore di Tolkien dell'Antico Sindarin (come opposto a "Antico Noldorin"); vedere slaiwa.
          thlíwe < slíwe "malattia" (SLIW) Con ogni possibilità non è una forma valida nella concezione posteriore di Tolkien dell'Antico Sindarin (come opposto a "Antico Noldorin"); vedere slíwe.
          *thoron "aquila"; soltanto il gen.sg. thoronen è attestato in Antico "Noldorin"/Sindarin (LR:392 s.v. THOR, THORON). Comunque, la desinenza genitiva -(e)n, che ricorre anche nel Quenya delle Etimologie (e.g. Ar Manwen "Giorno di Manwë", LR:368 s.v. LEP), non è valida nella visione successiva dell'Elfico di Tolkien. In Quenya, egli cambiò la desinenza genitiva da -(e)n in -o mentre scriveva Namárië per SdA, ed in WJ:370, egli argomenta che il Sindarin aveva la corrispondente desinenza *-ô "nel periodo primitivo" (che qui deve significare allo stadio del Lindarin Comune: in Antico Sindarin, dopo l'accorciamento delle vocali finali, dovremmo avere *-o). Di conseguenza, dovremmo probabilmente leggere *thorono per thoronen. - Il vocabolo thoron stesso rappresenta THORON, una forma estesa della radice THOR, formata con ómataina (radice vocalica raddoppiata e suffissa, qui O) e la desinenza -N. (Confrontare boron "uomo fidato" da BOR, toron "fratello" da TOR.) Secondo LR:393, la radice THOR stessa indica "scendere in picchiata"; Christopher Tolkien è indubitabimente corretto quando prende "questa come un'indicazione del senso della radice di THOR". Sembra, quindi, che thoron etimologicamente parlando significhi "uno che scende in picchiata", usato con riferimento alle aquile.
          tó ?"quello, esso". L'enunciazione in LR:389 s.v. TA dovrebbe più naturalmente essere presa per indicare che ha il medesimo significato del Quenya tar, nella fattispecie "in quella direzione". Comunque, può a stento essere un affine di tar. Tar è detto rappresentare il primitivo tad; questo dev'essere l'Eldarin Comune per il Quenya Primordiale *tada, sc. la radice dimostrativa TA "quello" con la primitiva desinenza allativa -da "a" (WJ:366), perciò *"a quello" = "in quella direzione". Ma il QP *tada, EC tad dovrebbe rimanere tad in Antico Sindarin (in tardo Sindarin *tadh, non attestato). La forma sembrerebbe richiedere una primitiva forma * (confrontare da ). Potrebbe effettivamente essere l'affine del Quenya ta "quello, esso"?
          *tóra possibile correzione di tára, q.v.
          toron pl. toroni "fratello". Derivato da una radice TOR, che è similmente glossata (LR:394). Toron chiaramente rappresenta una radice estesa *TORON, con ómataina (radice vocalica raddoppiata e suffissa, qui O) e la desinenza -N. Confrontare thele "sorella" da THEL (LR:392); nel caso di tale vocabolo, Tolkien esplicitamente elencò la radice espansa THELES (con ómataina, qui E, e la desinenza -S; forse tale desinenza è percepita come femminile, mentre -N è maschile). Alla voce THEL "sorella", Tolkien stimolò il lettore a "cfr. tor, toron- fratello", indicando che questo è anche un esempio di una radice espansa. Per simili formazioni, vedere boron e *thoron.
          tre- (prefisso non accentato) *"attraverso" (LR:392 s.v. TER/TERES). Riguardo all'etimologia di tale prefisso, vedere trí. Il prefisso occorre nei termini tre-batie "traversare" (LR:352, alla voce BAT), evidentemente anche in trenare "dice alla fine" e nel corrispondente sostantivo trenárna "resoconto, racconto" (LR:374 s.v. NAR2). In tre-batie "traversare", tale prefisso appare col suo significato elementare "attraverso" (confrontare la preposizione indipendente trí); questo è letteralmente "camminare attraverso". In trenare "dice alla fine" il prefisso indica completezza: *"egli narra da un capo all'altro", racconta l'intera storia. Il sostantivo trenárna parimenti si riferisce ad una storia completa, un "resoconto".
          trenare "racconta, dice alla fine", infinito trenarie. Derivato dalla radice NAR2 "narrare, riferire" (LR:374); per maggior informazione circa tale radice e la sua relazione col Quenya nyar-, vedere naróbe. Riguardo al significato del prefisso tre- come qui, vedere la voce separata sopra; riguardo alla sua etimologia, vedere trí. Rimuovendo tale prefisso, lasciamo un verbo nare, un aoristo che deve discendere da *nari, la finale -i divenendo -e allo stadio dell'Eldarin Comune, ma rimanendo i ove non finale: confrontare yurine "corro", il quale dovrebbe apparire come *yure "(egli) corre" se il suffisso pronominale -ne fosse rimosso; viceversa, "io racconto, dico alla fine" è indubbiamente *trenarine. - Mentre trenare è tradotto "egli racconta, dice alla fine", nessun elemento pronominale "egli" è effettivamente presente. Può essere che la forma senza desinenza pronominale esplicita fosse talvolta usata da se stessa come una forma in terza persone sg. (o specificatamente terza persona maschile sg.), ma può anche essere che Tolkien semplicemente incluse il pronome "egli" nella traduzione ad indicare che questa è una forma in 3. persona sg. - L'infinito trenarie ha una ben attestata desinenza infinita -ie che si trova anche in Quenya; vedere bronie. - Mentre nar- in trenare/trenarie sembra comportarsi come una radice verbale "elementare", anche il radicale NAR2 fornisce un più lungo, "derivato" verbo *narâ-; vedere naróbe.
          trenárna "resoconto, racconto" (LR:374 s.v. NAR2). Il marchio d'accento in trenárna probabilmente indica semplicemente che la sillaba mediana riceve l'accento, non che la vocale sia lunga. Trenar- è ovviamente la radice del verbo trenare "racconta, dice alla fine" discusso sopra (rimuovendo la desinenza aorista -e). Il suffisso -na aggiunto alla radice è qui visto formare un sostantivo astratto o verbale. Indubbiamente questo è propriamente un participio passato *"dato conto, detto" che è susseguentemente usato come un sostantivo: qualcosa che è relazionato o raccontato, perciò un "resoconto" o un "racconto". La desinenza -na è indubbiamente una discendente della frequente desinenza aggettivale o participia - (vedere khalla, che rappresenta khalnâ). Mentre trenárna è venuto ad essere utilizzato come un sostantivo, sembra che termini in -na normalmente ritennero il loro originale significato aggettivale in Antico Sindarin (vedere per esempio muina).
          trí "attraverso". Derivato da una radice TER "perforare" con una variante estesa TERES che mostra radice vocale raddoppiata (ómataina) ed una -s suffissa (LR:392). Come vediamo, TER è essa stessa una radice verbale, ma fornisce una preposizione - l'idea di "attraverso" evidentemente evolve da "perforazione". Trí può rappresentare *terês, accentato sulla sillaba finale (per la lunga ê, confrontare i primitivi aggettivi terêwâ "perforante, penetrante" e terên(ê) "snello" elencati alla medesima voce nelle Etimologie). Circa lo stadio del Lindarin Comune, la prima, non accentata vocale di *terês può essere sparita, riducendo il vocabolo in *t'rês (confrontare brasse da b'rás-sê, radice BARÁS). In Antico Sindarin, l'iniziale lunga ê divenne la lunga í (comparare dîr, khíril), mentre la finale -s fu perduta (confrontare vocaboli come pele, thele, derivati dalle radici PELES, THELES). Perciò, *t'rês divenne trí. È anche possibile che la primitiva forma fosse semplicemente *terê (senza la finale s persa successivamente); comparare il Quenya ter, terë (la finale s non fu perduta senza tracce in Quenya). Una forma *terê dovrebbe rappresentare la più semplice forma della radice, TER. - Come un prefisso non accentato, trí appare come tre-. Ciò deve rappresentare *tere(s)-, la lunga ê di *terê(s) essendo abbreviata quando non accentata, e la corta e non cambiata in i in Antico Sindarin. (In tardo Sindarin troviamo sia tre- che tri- come prefisso; la seconda è evidentemente riformata in analogia con trî, il discendente di trí.)
          túgo "muscolo, tendine, vigore, potenza fisica". Derivato da una radice TUG, in sé non definita (LR:394). La forma primitiva è data come tûgu, con allunbgamento della radice vocalica ed una desinenza -u. Mentre questa potrebbe essere semplicemente la radice vocalica suffissa, dovrebbe essere notato che diversi vocaboli primitivi che denotano parti corporee terminano in -u; vedere ranko (esso stesso da ranku) per esempi. Il significato più elementare dovrebbe quindi essere "muscolo, tendine", con "vigore" e "potenza fisica" come significati secondari, più astratti. (Tali glosse non si applicano necessariamente a túgo o tûgu, ma piuttosto a termini successivi: Quenya tuo, Sindarin , Ilkorin tûgh o .)
          tuio- "aumentare, arricchire". Derivato da una radice TIW "grasso, grosso" (LR:394). L'affine Quenya tiuya- chiaramente punta ad una primitiva forma *tiujâ- (per *tiwjâ-), con la comune desinenza verbale -. Sembra che *tiuj- volse in *tiui- a qualche stadio, ma il "trittongo" iui fu semplificato in ui in Antico Sindarin (cfr. euj- anche divenendo ui; è invero probabile che euj- divenne iuj, iui a qualche stadio, essendo quindi semplificato in ui; vedere buióbe per un possibile esempio). Comunque, tiujâ- dovrebbe aver fornito l'Antico Sindarin *tuia-, non tuio-. Può essere che Tolkien o il trascrittore confusero *tuia- con tuio, la tarda forma Sindarin. Ma osservare il trattino seguente a tuio-, che suggerisce che non è una parola completa in sé; può essere breve per *tuióbe, il medesimo verbo con la desinenza infinita -be. Quando tale desinenza è presente, la -â di *tiujâ non è finale e pertanto regolarmente diviene -ó- invece di -a. Il tardo Sindarin tuio deve essere derivato dall'Antico Sindarin *tuióbe, non semplicemente da tuio.
          túka "grosso, grasso". Derivato da una radice TIW "grasso, grosso"; la forma primitiva è data come tiukâ (per *tiwkâ) con la ben attestata desinenza aggettivale - (confrontare per esempio phauka). Sembra che tiuk- a qualche stadio iniziale divenne *tjûk- (ma successivo all'Eldarin Comune, dacché il Quenya ha tiuca invece di **tyúca). Seguendo una t, la i del dittongo iu divenne una semivocale j (= y come in you), ma per mantenere la lunghezza prosodica dell'originale dittongo iu, il nuovo monottongo u divenne la lunga û. (Comparare *siulê > *sjûlê; vedere hyúle.) La nuova combinazione iniziale tj evidentemente si fuse in un singolo suono, la palatalizzata t, la quale fu regolarmente depalatalizzata a divenire la normale t in Lindarin Comune (cfr. kelepe); dopo tale modifica, la lunga ú fu la sola traccia dell'originale iu, mantenendo la lunghezza di tale dittongo perduto: perciò túka in Antico Sindarin.
          tulugme "supporto, sostegno" (sostantivo). Derivato da una radice TULUK (LR.395), non in sé definita, ma apparentemente indicante "fermo, risoluto", o come verbo "rendere rigido". La forma primitiva è data come tulukmê, con una desinenza - che normalmente forma sostantivi astratti o verbali (vedere ragme). Sembra, quindi, che tulukmê fosse originariamente "supporto" come un astratto, essendo successivamente usato per un concreto supporto (nel significato concreto, dovremmo piuttosto esserci aspettati *tulukmâ > *tulugma; vedere parma riguardo alla desinenza - spesso usata a formare vocaboli per utensili). - prima di una consonante nasale, le esplosive afone divengono foniche in Antico Sindarin, perciò km > gm. Comparare ndagno, ragme.
          Túna, nome di una città elfica in Valinor, o del colle sul quale essa fu edificata (una parola che per ragioni storicche potrebbe ricorrere in "Antico Noldorin", ma a stento in Antico Sindarin). Nel Silmarillion pubblicato, la città stessa è denominata Tirion, mentre Túna era il colle su cui si ergeva; in qualche misura i nomi dovrebbero essere intercambiabili. La radice TUN (LR:395) non è definita; le parole derivate da essa suggeriscono che elementarmente ha a che fare con colline, tumuli, o semplicemente con alture. La forma primitiva di Túna è data come Tûnâ; effettivamente la vocale finale -â ha un diacritico indicante che può essere sia breve che lunga, Tûna o Tûnâ. Túna deve essere derivato da quest'ultima, dacché la finale corta -a fu perduta già allo stadio dell'Eldarin Comune (confrontare il Quenya Tún, una forma alternativa, più breve di Túna).
          uia "involucro", specialmente del Mare Esterno o Aria che cinge il mondo entro le Ilurambar o mura del mondo. Derivato da una radice WAY "circondare" (LR:397); la forma primitiva è data come wâjâ (wâyâ). La desinenza -â può essere un formatore di sostantivi o semplicemente la radice vocalica suffissa. Dacché la radice vocalica è anche allungata in â nel suo sito normale, ess dapprima divenne ô (= ó) in Antico Sindarin, come alcune altre â non finali (vedere abóro). La più antica forma AS fu pertanto wôya, che Tolkien asteriscò come se fosse "inattestata". può essere che wôya succesivamente divenne *woia, e quando l'iniziale oi divenne ui (confrontare muina < *moinâ), *wuia fu semplificato in uia, la semivocale w essendo perduta prima della corrispondente vocale u.
          Uigolosse "Neve perenne" = Taniquetil (Oiolossë); tardo Sindarin Uilos (Taniquetil essendo chiamato Amon Uilos, Monte Semprebianco). Uigolosse è elencato in LR:379 alla voce OY, la quale radice indica "sempre, eterno". Le Lettere:278 similmente menzionano oio come un elemento "Elfico Primordiale" indicante "sempre", con una tarda forma Sindarin ui. Come dimostrato dal vocabolo Uigolosse, l'antico dittongo oi divenne ui già a tale stadio (confrontare muina; vedere anche nui). Il secondo elemento è golosse "neve", come un termine Antico Sindarin attestato in tale composto soltanto. La radice è ovviamente GOLÓS "neve" (LR:359). La forma primitiva dovrebbe essere *golossê , il raddoppio della s forse essendo semplicemente una fortificazione della mediale. La desinenza -ê occorre in diversi vocaboli primitivi denotanti sostanze; vedere kelepe. AS golosse dovrebbe quindi essere un affine del Quenya olossë. - Alla voce GOLÓS, Tolkien menziona anche a un aggettivo Sindarin gloss "bianco-neve" (RGEO:70 ha glos(s) "bianco-sfolgorante"). Questo è evidentemente derivato da una forma della radice che aveva perduto la prima, non accentata vocale: *g'lossê (riguardo alla vocale finale, confrontare il Quenya lossë "bianco-neve" [RGEO:69]). La forma Antico Sindarin dovrebbe essere *glosse. Dacché Tolkien in RGEO:69 afferma anche che la radice era los ("applicata alla neve cadente") piuttosto che GOLÓS come nelle Etimologie, potremmo ricostruire la forma primitiva semplicemente come *lossê, assumendo che una g- fosse prefissa in seguito (l'iniziale l spesso essendo elaborata in gl in Sindarin; vedere WJ:411, nota 13; invero Tolkien in RGEO:70 dichiara che questo era il caso nel termine gloss). La forma Antico Sindarin potrebbe allora essere semplicemente *losse. Il punto è che dacché Tolkien in fonti successive tradusse il Sindarin Uilos ed il Quenya Oiolossë come "Semprebianco" o "Sempreniveo" (RGEO:69) piuttosto che "Nevi perenni", dovremmo ora forse presumere che la forma Antico Sindarin fosse *Uilosse (o meno verosimilmente *Uiglosse) piuttosto che Uigolosse.
          Uinenda, nome di una Maia, la moglie di Ossë; Quenya Uinen. Nelle Etimologie, tale nome è elencato alla voce UY (LR:396). La radice UY non è definita come tale, ma il Quenya uilë, Sindarin uil significa "alga marina". (Confrontare la descrizione di Uinen nel Valaquenta nel Silmarillion, di come i suoi "capelli sono sparsi per tute le acque sotto il cielo" e di come ella ami "tutte le erbe che vi crescono".) Secondo le Etimologie, l'elemento finale del nome è da riferire alla radice Elfica per l'acqua, NEN (LR:376). In tale voce, la forma Sindarin Ui-nend è connessa all'aggettivo nend "acquoso", a sua volta l'affine del Quenya nenda, che punta ad una primitiva forma *nendâ con fortificazione della mediale n > nd e la comune desinenza aggettivale -â. Una primitiva forma *Uinendâ dovrebbe produrre l'Antico Sindarin Uinenda (mentre il Quenya Uinen può rappresentare *Uinenda con una corta final -a). Precisamente come il nome per intero dovrebbe essere tradotto o interpretato non è chiaro: *"alga acquosa"? nel periodo post-SdA, Tolkien stesso rinunciò a tentare di interpretare questo nome: nel saggio Quendi ed Eldar circa del 1960, fece osservare a Pengolodh che Uinen era uno dei nomi che "non sono Elfici,così come ora può esser visto... [essi] possono... rappresentare titoli nella favella Valarin, o parte di essi come gli Eldar potrebbero adattarli" (WJ:404).
          wa- (prefisso) "assieme". Come un elemento Antico Sindarin, tale prefisso è menzionato nelle Etimologie alla voce TOR (LR:394, Tolkien spiega il primo elemento nel termine wator), ma TOR non è ovviamente la radice da cui wa- è derivato. La radice è "assieme" (LR:399); Tolkien nota che se wo (con una corta o) ricevette l'accento, divenne wa già in "Eldarin", evidentemente intendendo Eldarin Comune. Il prefisso wa- ricorre nelle parole wanúre, wanúro, wator, wathel, q.v.
          waide "patto, vincolo, accordo, giuramento". Derivato da una radice WED "legare" (LR:397). È data una primitiva forma wæ^dê. La desinenza -ê qui chiaramente denota un astratto. Può essere che æ qui non rappresenti la vocale [æ] (= la a dell'inglese cat), ma piuttosto un dittongo ae, prodotto mediante infissione della A nella radice WED (*waed-). Per un altro esempio della "æ" prrimeva che fornisce l'Antico Sindarin ai, vedere ndairo. Un simile sviluppo non sarebbe interamente in accordo con lo scenario delineato da Tolkien in VT39:10, ove egli dice che ae divenne una lunga â nel ramo Telerin (Lindarin) della famiglia dei linguaggi Elfici. Se così, la forma Antico Sindarin di *waedê (tardo *wâdê) dovrebbe forse essere *wóde invece di waide, dacché l'iniziale â divenne l'AS ó (a sua volta divenendo au in tardo Sindarin: **gwaudh - ma l'effettivo discendente Sindarin di wæ^dê era gwaedh). Ma dacché VT39:10 riproduce un documento di circa 25 anni più giovane delle Etimologie, alcune modifiche nello scenario linguistico di Tolkien sono da aspettarsi.
          wanta- "dipartire, morire". Tale vocabolo non è esplicitamente detto essere Antico Sindarin, ma è menzionato come la forma ancestrale del Sindarin gwanno e dalla sua forma sembra appartenere allo stadio AS dell'evoluzione linguistica. La forma primitiva è ovviamente *wantâ-, sc. the radice WAN "partire, andare via, sparire, svanire" (si è detto che in Sindarin, o "Noldorin", tale radice ha rimpiazzato KWAL come la radice riferita alla morte ed al morire; confrontare LR:366 s.v. KWAL). Wanta- è la radice WAN con la comune desinenza verbale -, che in tal caso non aggiunge nulla al senso della radice stessa. Il tardo infinito Sindarin gwanno non può discendere direttamente da wanta-, ma rappresenta *wantóbe con la desinenza infinita -be (vedere buióbe). - Può essere notato che una parola derivata da tale radice WAN, il Quenya vanwa "andato, partito", è assegnata ad una ben differente etimologia in una fonte posteriore; qui la radice è semplicemente , o AWA (WJ:365-366). Possiamo ancora scegliere di accettare queste parole dalle Etimologie. - Pochi esempi suggeriscono che ad uno stadio nel periodo designato come Antico Sindarin, wanta può essere apparso come *wantha; vedere thintha.
          wanúre "congiunta". Menzionata nelle Etimologie alla voce THEL/THELES (LR:392), ma questa non è l'effettiva radice di tale vocabolo. Wanúre deve discendere da *wonôrê, l'equivalente femminile del masc. wonôrê; vedere wanúro sotto.
          wanúro "fratello" (LR:378 s.v. ) o "congiunto" (LR:394 s.v. TOR). La radice non è TOR, ma "generare". Wanúro chiaramente rappresenta *wonôrô, letteralmente *"assieme-generato", uno generato "assieme" ad un altro, perciò un fratello, o un congiunto (uno che è nato entro la medesima famiglia). Riguardo al prefisso wo- "assieme", vedere wa-. *Nôrô è la radice con la desinenza maschile -. Tale desinenza è più spesso usata a derivare formazioni agentali (WJ:371), ma *nôrô significa "uno generato", non "che genera". La breve variante -ro funziona semplicemente come una desinenza maschile nel vocabolo primitivo târo "re" (da , TA3 "alto, elevato, nobile", LR:389; perciò letteralmente "uno alto, uno nobile"), e sembra che - abbia un simile significato non agentale in nôrô. Wanúro "congiunto" ha una controparte femminile wanúre "congiunta", che in sé rappresenta *wonôrê. La desinenza femminile - ricorre in una sola parola primitiva elencata da Tolkien stesso, weirê "[femmina] che tesse", da WEY "tessere" (LR:398). Qui essa è agentale, così come lo è - usualmente, ma in *wonôrê dovrebbe semplicemente essere una desinenza femminile. *Wonôrô e *wonôrê sono ancora vocaboli distinti in Antico Sindarin, wanúro e wanúre (ô divenendo regolarmente ú, vedere brûna), ma in Sindarin, dopo la perdita delle vocali finali, tali termini confluiscono in gwanur, una parola di genere neutro per definire un parente ("congiunto o congiunta", LR:392 s.v. THEL-, THELES-).
          warie "tradire, ingannare": questa è semplicemente la radice WAR "cedere, rassegnarsi, non tollerare, abbandonare, tradire" (LR:397) con la desinenza infinita -ie (riguardo alla quale vedere bronie). Contrasta con la più complessa formazione awarta derivata dalla stessa radice.
          wasse "macchia", sostantivo (cfr. il sinonimo watte). Derivato da una radice WA3 "macchiato, sudicio" (non è chiaro se tali glosse siano intese come sostantivi o verbi; forse le ricoprono entrambe). Una forma primitiva è data come wahsê, nella quale la lettera h probabilmente sta perr [x], sc. il tedesco ach-Laut: la 3 (la retrospirante gh) della radice WA3 evidentemente diviene afona per contatto con la seguente afona s (forse la forma molto antica era *wa3sê), il gruppo hs [xs] essendo assimilato a ss in Antico Sindarin (confrontare ht che similmente produce tt; vedere watte). La desinenza - può denotare qualcosa che è prodotto dall'azione verbale descritta dalla radice verbale (vedere brasse), perciò wahsê "qualcosa che è fatto macchiando o insozzando" = "una macchia".
          watha "ombra", sostantivo. Derivato da una radice WATH che è pure glossata "ombra". La forma primitiva dovrebbe essere *wathâ; qui, -â funziona come un formatore di sostantivi (forse con qualche specie di significato locale in tal caso; comparare rattha, yura).
          wathel "sorella, congiunta". Pare che questa sia semplicemente la radice THEL "sorella" (LR:392) con l'elemento wa- "assieme" (q.v.) prefisso. La corrispondente forma maschile wator "specialmente usato per quelli che non sono fratelli di sangue, ma fratelli nel giuramento o congiunti" (LR:394 s.v. TOR). Dacché wathel è glossato "congiunta" tanto quanto "sorella", possiamo presumere che tale termine, pure, primariamente si riferisca ad altre relazioni che non siano parentela di sangue. Vedere wator.
          wator "fratello" ("specialmente usato per quelli che non sono fratelli di sangue, ma fratelli nel giuramento o congiunti"). Letteralmente *"assieme-fratello"; tor è essenzialmente identico alla radice TOR "fratello" (LR:394), e l'elemento wa- "assieme" (q.v.) è stato prefisso. Questo è quindi interamente parallelo a wathel "sorella, congiunta" sopra. In entrambi i casi, il prefisso wa- "assieme" sembra suggerire che il vocabolo si rifersca a "fratelli" o "sorelle" che sono stati uniti "assieme" a un'altra persona da qualche altra stretta relazione che non sia parentela di sangue.
          watte "una macchia" (cfr. il sinonimo wasse). Derivato da una radice WA3 "macchiato, sudicio" (LR:397). È data una primitiva forma wahtê; questo è probabilmente l'Eldarin Comune per il Quenya Primordiale *wa3tê (confrontare wattóbe sotto riguardo al suo sviluppo). La desinenza - è assai rara, ma wahtê "una macchia" sembra essere un sostantivo basato sul verbo wahtâ- "macchiare, lordare" (vedere wattóbe sotto). Comparare una parola primitiva (evidentemente detta essere un "derivativo verbale") menzionata in WJ:396: kirtê "che taglia" (l'origine del Sindarin certh "runa"). La desinenza - qui sembra denotare qualcosa che si compie dall'azione denotata dalla radice (qui ovviamente KIR "tagliare, squarciare"; riguardo il significato di tale radice, elencata ma non definita nelle Etimologie, vedere kir- nell'Appendice del Silmarillion). Prendendo le glosse di Tolkien di WA3 - "macchiare, insudiciare" - come verbi piuttosto che come sostantivi, wahtê ha la stessa relazione con la sua radice WA3 più che non kirtê abbia con KIR. - Il gruppo mediale ht è stato assimilato a tt in Antico Sindarin. Dovremmo aspettarci che tt, a sua volta, divenisse tth (confrontare matth- da maht- [vedere matthô-be], probabilmente via matt-). Dobbiamo presumere che watte rappresenti un primevo stadio dell'Antico Sindarin, posteriormente divenendo *watthe (comparare il tardo Sindarin gwath).
          wattóbe "macchiare, lordare". Derivato dalla medesima radice WA3 "macchiato, sudicio" (LR:397) come watte sopra. È data una primitiva forma wahtâ-. Questo è evidentemente l'Eldarin Comune per il Quenya Primordiale *wa3tâ, prima che 3 fosse desonorizzato in h (qui probabilmente = tedesco ach-Laut) in contatto con suoni afoni come t. Confrontare LR:371 s.v. MA3, ove un primitivo verbo ma3-tâ fornisce l'Eldarin Comune mahtâ- (Antico Sindarin matthô-be, q.v.) *Wa3tâ-, wahtâ- mostra la comune desinenza verbale -. Notare che come in watte sopra, l'antico ht è assimilato a tt in Antico Sindarin. Di nuovo ci sfugge la susseguente modifica tt > tth (come in mahtâ > *mattô-be > matthô-be), e di nuovo dobbiamo presumere che questo sia iniziale Antico Sindarin, posteriormente divenendo *watthóbe (comparare il tardo Sindarin gwatho). - *Wahtâ- di per sé dovrebbe normalmente apparire come *watta- (*wattha-), ma quando la desinenza infinita -be è presente, â non è finale e regolarmente diviene ó, perciò wattóbe.
          weda "legaccio". Derivato da una radice WED (LR:397), definita come "legame". La forma primitiva è data come wedâ, il quale è un buon esempio di -â funzionante come un formatore di sostantivi. Comunque, il significato di un tale derivativo non è interamente prevedibile in relazione al significato della radice: un wedâ è semplicemente un sostantivo in qualche modo avente a che fare con l'atto del legare. In tal caso, -â indica un agente impersonale; un legaccio è un oggetto che lega. Ma in contrasto per esempio con yura (*jurâ) dalla radice YUR "correre"; questo sostantivo non denota un "corridore" impersonale, ma il sito dove lo scorrere (delle acque) trova luogo: yura si riferisce al "corso" di un fiume.
          -wega (forma composta) "-ore" come un elemento in nomi maschili, come Bronwega (q.v.) Derivato da una radice WEG "vigore (virile)" (LR:398). La formaprimitiva wegô mostra la desinenza maschile -ô ed apparentemente significa semplicemente "uomo" (che, quantomeno, è il significato della parola Quenya vëo, discendente da wegô). Tolkien menziona anche una "forma composta" -wego con accorciamento della finale -ô in -o. Vi sono paralleli di ciò sia nelle Etimologie che in fonti successive; l'accorciamento delle vocali finali lunghe nei sostantivi quando essi hanno funzione di secondo elemento di un composto sembra essere una regola generale. In LR:395 s.v. TUR, tûrô "signore" è detto avere la forma turo (o solo tur) nei composti (un esempio è Spanturo "Signore delle Nubi", LR:387 s.v. SPAN). Vedere anche WJ:403 riguardo khînâ "bambino", che appare come -khîna nei composti. La forma composta in Antico Sindarin -wega deve rappresentare -wego (sebbene la -o corta fosse normalmente perduta allo stadio dell'Eldarin Comune; questo è il nostro solo esempio di essa che diviene invece -a).
          wende "fanciulla", solamente attestato nel composto Bana-wende (vedere Bana), ma chiaramente derivato dalla radice WEN, anche definita come "fanciulla" (LR:398). La forma primitiva dovrebbe essere *wendê con la desinenza femminile -ê; la d potrebbe venire da una radice estesa WENED (e una tale forma è effettivamente elencata in LR:398) o essere dovuta ad una fortificazione della mediale n > nd.
          [wintha] "svanisce, advesperascit" (latino: 'la sera s'approssima'). Tale termine, elencato in LR:399 s.v. WIN, WIND, fu depennato in tutto il resto di tale voce nelle Etimologie. La radice WIN (anche con fortificazione della mediale: WIND) non fu in sé definita, ma la glossa della prima parola primitiva che fu elencata in tale voce (windi), vale a dire "grigio-azzurro, azzurro o grigio pallido", è probabilmente più o meno la stessa del significato di base della radice. Altri derivativi primitivi, come winjâ (winyâ) "sera", sembrano sviluppare l'idea elementare di "grigio" (in winjâ usato per il crepuscolo). Wintha fu derivato da una forma primitiva data come winta-; allo stadio più primitivo questo deve essere stato *wintâ-, la finale corta -a dovrebbe essere sparita già allo stadio dell'Eldarin Comune. *Wintâ- sarebbe la radice WIN *"grigio" con la comune desinenza verbale -; il significato letterale sarebbe forse "che diviene grigio" (e perciò "sbiadisce"). La forma wintha mostra l'altrimenti scarsamente attestato, ma interessante cambio nt > nth; vedere thintha per alcune riflessioni su di esso. Il verbo thintha "svanire" (LR:392 s.v. THIN) è invero simile a wintha sia nella forma che nel senso; quando depennò la voce WIN, WIND, Tolkien fece un riferimento incrociato a THIN, come se suggerisse che WIN sia stato soppresso in favore di THIN. - La glossa a wintha, vale a dire "sbiadisce" piuttosto che "sbiadire", è interessante: essa indicat che wintha- è propriamente una forma presente piuttosto che un infinito (l'infinito dovrebbe essere *winthóbe). Sicuramente lo stesso vale per altri verbi dell'Antico Sindarin in -a, sebbene siano glossati come infiniti: awarta "rinunciare, abbandonare", rista- "lacerare, squarciare", sirya- "fluire", skhalia- "velare, celare", thintha "svanire". "Esso" della glossa "esso sbiadisce" non indica che alcun elemento pronominale "esso" sia presente (dovrebbe essere -s, come in persôs "esso influisce", q.v.) "Esso sbiadisce" qui indica *"si sta facendo buio" (comparare la glossa latina advesperascit, la sera s'approssima), così "esso" è giusto una concessione agli idiomi inglesi e non ha qui significato reale.
          wôia "involucro", specialmente del Mare Esterno o Aria che ammanta il mondo entro le Ilurambar o mura del mondo. Nella fonte (LR:397 s.v. WAY), tale forma è asteriscata come non attestata. Vedere uia (la forma tarda).
          wóra "sporco, sudicio". Derivato dalla medesima radice WA3 "macchiare, insozzare" (LR:397) come watte; la forma primitiva è data come wa3râ con una ben attestata desinenza aggettivale (vedere tára). La spirante 3 fu inizialmente perduta, ma la precedente vocale fu chiaramente allungata per compensazione, producendo una forma intermedia *wârâ (perciò il Quenya vára); come di consueto, la â lunga non finale allora fornisce l'Antico Sindarin ó (vedere abóro).
          yadme "ponte", soltanto attestato nel composto elyadme "ponte celeste" = arcobaleno (LR:360 s.v. 3EL). Derivato da una radice YAT "unire" (LR:400). La forma primitiva è data come jatmâ (yatmâ), con una desinenza - che è spesso usata per formare parole per utensili (vedere parma; confrontare sniuma). Prima di una consonante nasale, le esplosive afone divengono foniche in Antico Sindarin, perciò tm > dm (per altri esempi di questo fenomeno, vedere ndagno, ragme, tulugme). Dacché la lunga finale -â normalmente diviene -a in Antico Sindarin, potremmo esserci aspettati invece *yadma. Tuttavia, sembra che le desinenze -, - fossero alterate in -, - seguendo una t; comparare katwe (q.v.) da katwâ. Tale modifica jatmâ > *jatmê dev'essere occorsa già in Eldarin Comune, dacché essa si riflette anche nel Quenya yanwë.
          yaiwe "dileggio, scherno". Derivato da una radice YAY "dileggiare" (LR:400); la forma primitive dovrebbe essere *yaiwê, ove la desinenza - è vista come form che potrebbe essere considerata un sostantivo verbale. Altre parole primitive che esemplificano tale desinenza, "ricostruite" da Tolkien stesso, comprendono et-kuiwê "risveglio" da KUY "risvegliare" (LR.366) o wanwê "morte" da WAN "partire" (LR:396). In LR:398 s.v. WEG, Tolkien esplicitamente attesta che - è un suffisso astratto.
          yen-panta "datato, vissuto a lungo", letteralmente *"anno-pienezza" (LR:400 s.v. YEN). Tale vocabolo non è esplicitamente detto essere Antico Sindarin, ma è elencato come la forma ancestrale del Sindarin ifant (meglio compitato iphant se siamo ad usare l'ortografia delineata in SdA Appendice E), così la includiamo qui. Per di più, il vocabolo panta "pieno" (q.v. per l'etimologia) è attestato in sé come un termine Antico Sindarin. L'elemento yen qui intende "anno", rappresentando la radice YEN medesima (secondo le Etimologie, tale radice porta il concetto di "anno", ma in SdA, Tolkien usò il derivativo Quenya yén a denotare un "lungo anno", un secolo Elfico di 144 anni solari - ma questo apparentemente non è il significato qui inteso). Tolkien delinea uno sviluppo yen-panta > impanta > in-fant (per chiudersi evidentemente divenendo iphant). Questo non può essere preso letteralmente; in particolare, possiamo a malapena volgere impanta in in-fant. Forse Tolkien semplicemente intendeva indicare che il Sindarin ifant (iphant) rappresenta in (forma abbreviata di în, "anno") e fant (phant), una forma con nasale mutata di pant "pieno" (LR:366 s.v. KWAT). L'effettivo sviluppo del Sindarin iphant deve piuttosto essere immaginato come qualcosa del genere: al Quenya yén corrisponde l'Antico Sindarin *yín (dacché la lunga é divenne í in AS). Un composto *yín-panta diviene impanta dove i è accorciata prima di un gruppo di consonanti, y è persa prima della i, e la n è assimilata alla seguenbte p, divenendo m. Successivamente, mp è ulteriormente assimilato a pp, il quale produce il Sindarin ph = f. Perciò ifant, iphant.
          yura "corsa". Formata da una radice YUR "correre" (LR:400), qui riferentesi allo scorrere delle acque, sebbene tale radice non sia specialmente associata all'acqua - in contrasto con KEL, definito come "andare, correre specialmente dell'acqua)" (LR:363). La forma primitiva deve essere *yurâ con -â come un formatore di sostantivi; qui esso denota la posizione in cui ricorre l'attività denotata dalla radice - sc. dove qualcosa, vale a dire acqua, corre. Confrontare il sinonimo rattha (q.v.) da rattâ, che mostra la medesima desinenza (come yura, rattha is derivato da una radice avente a che fare col movimento: RAT "camminare").
          yurine "io corro". Formato dalla medesima radice YUR "correre" (LR:400) come yura sopra. La parte yuri- è semplicemente la primitiva I-radice *yuri invariata. Questo è un semplice aoristo "corre" (come opposto della forma continuativa *yûrâ "sta correndo"). In sé, tale vocabolo dovrebbe apparire come *yure in Antico Sindarin (comparare la desinenza -e in trenare), dacché la finale corta -i divenne -e in Eldarin Comune. Ove non finale - prima di una desinenza, come il suffisso pronominale -ne "io" - la vocale finale è invariata. Il preciso sviluppo del suffisso stesso è incerto. La desinenza Quenya -nye potrebbe puntare ad una forma primitiva *-njê; tale termine appare come -ne in Antico Sindarin: i primitivi suoni palatalizzati furono depalatalizzati in Lindarin Comune (vedere kelepe), così nj dovrebbe divenire una normale n, e la finale lunga -ê dovrebbe essere accorciata in -e. Comunque, è anche possibile che il suffisso -ne originariamente avesse la stessa forma della radice NI2 "I" (LR:378). *Yurini dovebbe divenire yurine in Antico Sindarin, la finale corta -i nuovamente volgendo in -e in Eldarin Comune. (Se così, il Quenya -nye potrebbe essere spiegato come una successiva elaborazione di una più semplice desinenza -ne, forse ad evitare confusione con la desinenza passata-ne.)

Ardalambion