Lindë Roccalassen

di Ales Bican - commento originale di Helge Fauskanger, traduzione di Gianluca Comastri

I.

Roccalas, linda lótë nórelyo,
anvanya yeldë Roccoliéva,
le calina ve Naira ilwessë;
le rín' anda laurëa loxenen,
caltala ve i calimë alcar,
Roccalas aranel turmawendë

II.

Elyë lantanë melmessë sonen;
merilyë melmerya, ness' aranel.
Arwen ëa óress' Elessarwa;
náro vëaner ar canya ohtar;
melilyes nan umiro melë le,
Roccalas aranel turmawendë

III.

Utúlie'n i mórë; autantë
mahtien ohtassë hair' nóressen,
ar le hehtanentë i maressë:
merintel tirië nissi, híni
i artassen mí tárë oronti,
Roccalas aranel turmawendë

IV.

Merilyë hirë metta nyérelyo;
essenen Haldatir sí lelyalyë
muilessë ve i sanya rocconer;
mí hiswë hendu perino cennë
quén ú estelo i merë firë
Roccalas aranel turmawendë

V.

Nu qualin roccorya cait' i aran
i né ve atar len ar tornelyan;
arwa macilo matsë yétalyë
rúcim' ulundo acolë caurë;
cuina nér úva pusta Loicoher
Roccalas aranel turmawendë

VI.

Roccalas, umilyë nér, nályë nís;
náro pold', úmëa, morn' ar alta,
turë or caurë ar Sauron or so;
ortanelyë macil tárienna,
rierya lantanë, alantiéro,
Roccalas aranel turmawendë

VII.

Mernelyë firë ar harya alcar;
mahtanelyë Heru Úlairion,
ar náro qualin nan sí caitalyë
ar' aranelya, lá cenilyéro;
umilyë hlarë teldë quettaryar,
Roccalas aranel turmawendë

VIII.

Nályë laiw' ar nyérëa cuilenen;
linyenwa nís quet' enwina nólë:
i mát i aranwa envinyatar.
Roccalas, collentë len er cuilë,
nan lá alassë ar ëa-írë,
Roccalas aranel turmawendë

IX.

I melmë arandurwa hirnelyë;
vantanéro ar quentéro yo le
imb' aldar ar lóti mareryassë;
ar quentéro lenna meliro le;
sí nályë envinyanta melmenen
Roccalas aranel turmawendë

X.

Sí avalyë turë ve i tári;
yévalyë envinyatarë ve so,
lá turmawendë ar lá aranel,
meluvalyë ilqua cuin' ar vanya;
ve meluvárol, meluvalyë so,
Roccalas indis envinyatarë

 

Commenti

Mentre tale poema non fa affidamento su rime o allitterazioni, il poeta ha impiegato una regola metrica: ogni verso (linea) ha dieci sillabe. Per effettuare ciò, alcuni vocaboli sono abbreviati per elisione delle vocali finali.
Lindë Roccalassen
Canto a Éowyn
Il nome Éowyn è Antico Inglese (in Sda rappresenta l'effettivo linguaggio dei Rohirrim). Esso significa "Cavallo-Gioia"; vedere An Introduction to Elvish p. 216. "Cavallo-Gioia" come un nome può essere reso in Quenya come Roccalassë (sc. rocco "cavallo" + alassë "gioia, gaiezza"; tali vocaboli potrebbero anche essere stati combinati come Roccólassë, ma ciò oscurerebbe il secondo elemento e lo inclinerebbe a confusione con lassë "foglia"). Normalmente Roccalassë può essere abbreviato in Roccalas (ma ancora Roccalass- prima di una desinenza, perciò il dativo Roccalassen "per/a Éowyn" qui). - A titolo di curiosità può essere notato che il nome "reale" di Éowyn, sc. il nome che Tolkien in teoria rese in Antico Inglese quand'egli tradusse il Libro Rosso a produrre SdA, evidentemente iniziava in loho- o -: In PM:53, il Professore spiegò che "l'elemento éo-, il quale appare così spesso (non innaturalmente, essendo un'antica parola che significa "cavallo", fra un popolo devoto ai cavalli), rappresenta un elemento loho-, - del medesimo senso." Tale loho è sicuramente da ultimo correlato al vocabolo Quenya per "cavallo", rocco - una testimonianza della pesante influenza delle lingue Elfiche sui linguaggi degli Uomini. Così per rendere "Éowyn" in Quenya come Roccalas possiamo portare il suo nome un poco più vicino alla sua supposta forma originale.

I.

Roccalas, linda lótë nórelyo,
Éowyn, bel fiore della tua terra,
anvanya yeldë Roccoliéva,
la più leggiadra figlia de[l] Popolo dei Cavalli,
le calina ve Naira ilwessë;
tu [sei] luminosa come [il] Sole in cielo;
le rín' anda laurëa loxenen,
tu [sei] coronata da lunghi capelli dorati,
caltala ve i calimë alcar,
splendenti come i brillanti raggi di luce,
Roccalas aranel turmawendë
Éowyn principessa scudofanciulla


Anvanya "più leggiadra", sc. vanya "attraente" con il prefisso superlativo o intensivo an- (Lettere:279). Roccolië "Popolo dei Cavalli" (rocco + lië), i Rohirrim (il nome Sindarin significa Signori dei Cavalli); qui nel caso possessivo: Roccoliéva. Calina "luce" (come aggettivo), non "leggero" come opposto a pesante [ambedue resi nell'originale dal 'light', N.d.T.], ma piuttosto che indica "brillante" (calima, occorrendo posteriormente nella stanza nella forma pl.calimë, ha praticamente lo stesso significato). Naira "Cuore di Fiamma", un nome del Sole (MR:198). Rín' forma abbreviata di rína (vocale finale elisa dacché il vocabolo successivo comincia nella medesima vocale). Loxenen caso strumentale di loxë "capelli" ad esprimere "dai capelli". Caltala "splendente", participio presente (o attivo) di calta- "splendere". Osservare che alcar nel quinto verso non è il sostantivo singolare alcar "gloria", ma la forma pl. di alca "raggi di luce" (nessun fraintendimento dovrebbe essere possibile, dacché l'aggettivo calima "brillante" appare nella forma plurale calimë ad accordarsi con alcar). Aranel "principessa" (UT:434). Turmawende "scudofanciulla" (turma + wende).

II.

Elyë lantanë melmessë sonen;
Ti innamorasti di lui;
merilyë melmerya, ness' aranel.
tu vuoi il suo amore, giovane principessa.
Arwen ëa óress' Elessarwa;
Arwen è [nel] cuore di Elessar;
náro vëaner ar canya ohtar;
egli è un uomo ed un audace guerriero;
melilyes nan umiro melë le,
tu lo ami ma lui non ama te,
Roccalas aranel turmawendë
Éowyn principessa scudofanciulla


La frase elyë lantanë melmessë per "tu ti innamorasti" è naturalmente basata direttamente sull'idioma Inglese, e si può dire che gli Elfi probabilmente non dovrebbero avere precisamente la medesima espressione, ma in fin dei conti [fra, N.d.T.] i potenziali lettori di tale testo sfortunatamente non sarà compreso alcun Elfo. Sonen "con lui" o piuttosto "da lui, a causa sua", il caso strumentale di *so "egli". (L'enunciazione Quenya dà spazio per il fatto che questo amore non era ricambiato.) *So è solamente attestato come un vocabolo primitivo (LR:385 s.v. S-), ma può benissimo essere sopravvissuto in Quenya; l'attestato suffisso -ro usato nei verbi è strettamente correlato (l'intervocalica s divenendo r via z). *So di per sé è adoperato per "egli" nelle stanze posteriori. Ness' breve per nessa "giovane" (secondo le Etimologie, questo è anche il significato del nome della Valië Nessa, sebbene tale nome sia spiegato differentemente altrove). Óress' forma elisa di óressë, locativo di órë "cuore, spirito interiore". In un contesto come "Arwen è nel cuore...", riferito ad una posizione, sembra che ëa piuttosto che debba essere usato per "è" (cfr. i Eru i or ilyë mahalmar ëa per "L'Uno [Dio] " in UT:305, 317: Eru esiste in tale sublime posizione). Náro "egli è", "è" (come copula) + la desinenza -ro "egli" menzionata sopra. Un vocabolo náro effettivamente ricorre nel più antico poema Q(u)enya di Tolkien, Narqelion, e può ben significare "esso/egli è". Vëaner "uomo (adulto)" (LR:398); questo è trasparentemente nér (combinato -ner) "uomo" con un prefisso vëa- che significa "adulto, virile, vigoroso"; il vocabolo apparentemente si riferisce ad un uomo di robusta costituzione. Melilyes "tu lo ami, tu lo amavi", aoristo di mel- "amare" con i suffissi -lyë "tu" ed -s; quest'ultimo è attestato soltanto col significato "esso", ma può benissimo ricoprire l'intera 3. persona singolare, la radice S- fornendo vocaboli sia per "egli", "ella", che per "esso" (LR:385); qui è usato per "lui". Come per il verbo mel-, Tolkien indicò che la radice MEL significa "amare (come amico)" (LR:372). Scrivendo ciò, egli può aver immaginato che esso si riferisse all'amore platonico piuttosto che all'amore erotico tra i due sessi. Tuttavia, non abbiamo nessun altro vocabolo per "amare", e vi sono diversi esempi di Tolkien stesso che usa i suoi vocaboli con ombre di significato che sembrano andare oltre quello a cui le dichiarazioni (effettuate altrove) circa il preciso significato della rilevante radice sembrerebbero fare spazio. Umiro melë le "lui non ama te": il verbo negativo um- "non fare, non essere" combinato con melë, la "radice aoristo" di mel-, qui usato in un senso "infinitivo" (comparare l'uso "infinitivo" di carë in una frase come áva carë, "non far[lo]", WJ:371). Le "tu"; qualcuno potrebbe argomentare che questo sia il soltanto plurale "voi", ma probabilmente va con la desinenza -lyë.. Sotto, la corrispondente corta desinenza -l è usata per il singolare "tu" in posizione oggetto (merintel "essi ti vogliono").

III.

Utúlie'n i mórë; autantë
L'oscurità giunse; essi partirono
mahtien ohtassë hair' nóressen,
a combattere una guerra in remoti paesi,
ar le hehtanentë i maressë:
ed essi ti lasciarono a casa:
merintel tirië nissi, híni
essi ti vollero a custodire donne, bambini
i artassen mí tárë oronti,
nelle fortezze sulle alte montagne,
Roccalas aranel turmawendë
Éowyn principessa scudofanciulla


Utúlie'n i morë per "l'oscurità è giunta" è basato su utúlie'n aurë "il giorno è venuto" nel Silmarillion cap. 20; nessuno realmente sa perché una n s'intruse qui, ma verosimilmente si è inserita per eufonia quando il vocabolo successivo inizia in una vocale (oppure dovremmo avere tre vocali in iato; ciò pare impossibile). Auta- "lasciare", WJ:366. Mahtien dativo di mahtië, gerundio di mahta- "brandire un'arma, combattere", perciò mahtien = "combattere (in ordine)". Hair' forma abbreviata di hairë, pl. di haira "remoto, lontano" (plurale ad accordarsi con nóressen, locativo pl. di nórë "terra"). Le hehtanentë "essi ti lasciarono". Il verbo hehta- ha implicazioni più forti che non meramente lasciare qualcuno come opposto a prenderlo con sé; tale vocabolo indica "porre da parte, lasciar fuori, escludere, abbandonare, piantare" (WJ:365), ed Éowyn certamente si sentì esclusa. I maressë "a casa" o letteralmente "nella casa" (maressë locativo di már "casa", vedere l'Appendice del Silmarillion, voce bar; la lunga vocale di már è probabilmente accorciata nelle forme inflesse, com'è anche nei composti; cfr. nomi tali come Mar-nu-Falmar o Eldamar). Merintel tirië nissi, híni "essi ti vollero a custodire donne (e) bambini"; tirië è il gerundio di tir- "guardare" [costrutto impossibile da rendere alla lettera, N.d.T.]. Non abbiamo alcun esempio ideato da Tolkien per una frase simile a "essi ti vollero a custodire", così la sintassi deve rimanere speculativa: può essere che una semplice radice verbale tirë dovrebbe essere stata qui utilizzata, o forse Tolkien dovrebbe aver impiegato una costruzione alquanto differente, attualmente ignota.

IV.

Merilyë hirë metta nyérelyo;
Vuoi trovare una fine al tuo dolore;
essenen Haldatir sí lelyalyë
sotto il nome [di] Dernhelm ora tu vai
muilessë ve i sanya rocconer;
segretamente come un [lett. il] normale cavaliere;
mí hiswë hendu perino cennë
nei grigi occhi un halfling vide
quén ú estelo i merë firë
qualcuno senza speranza che voleva morire
Roccalas aranel turmawendë
Éowyn principessa scudofanciulla


Nuovamente, verbi elementari con radici in -ë sono usati in un senso infinitivo, come nel nostro esempio attestato áva carë in WJ:371: merilyë hirë "tu vuoi trovare", i merë firë "che voleva morire". Metta nyérelyo "una fine al/del tuo dolore" [qui il costrutto Elfico differisce sensibilmente dalla buona sintassi Umanica, N.d.T.]: nyérë"dolore" (LT1:261), perciò nyérelya "tuo dolore", qui al genitivo nyérelyo "del tuo dolore" [ma la traduzione interlineare riporta "al", N.d.T.]. (In tale contesto, anche il dativo nyérelyan sarebbe stato possibile.) Essenen caso strumentale di essë "nome": perciò "dal/sotto il nome". Il nome Antico Inglese Dernhelm usato da Éowyn significa "Protezione Celata" (vedere An Introduction to Elvish p. 217); è qui reso come Haldatir "Guardia(no) Ascoso" (halda + tir). Muilessë locativo di muilë "segreto", perciò "in segreto, segretamente". Rocconer "Cavaliere" (rocco + -ner). *Perino "halfling" (hobbit); confrontare il Sindarin perian dalla medesima radice. Nessun vocabolo Quenya per "halfling" è noto; *perino è basato sull'attestato aggettivo perina (non chiaramente glossato da Tolkien ma apparentemente indicante "dimezzato"), la desinenza aggettivale -a essendo rimpiazzata da -o a denotare un animato (maschile). Hendu "occhi", forma duale (in -u) a riferirsi ad un naturale paio d'occhi. La desinenza duale può anche essere -t (come in mát "mani, paio di mani" nella Stanza VIII), ma secondo una nota a pié di pagina nelle Lettere:427, -u è preferita quando la D o la T occorrono nella radice del sostantivo stesso. Il duale hendu sembr essere attestato nel composto hendumaica "occhio acuto" in WJ:337. Ú "senza", normalmente seguito dal genitivo (vedere Vinyar Tengwar #39 p. 14), perciò ú estelo = "senza speranza [estel]".

V.

Nu qualin roccorya cait' i aran
Sotto il suo defunto cavallo giace il re
i né ve atar len ar tornelyan;
che fu come un padre per te e per tuo fratello;
arwa macilo matsë yétalyë
avendo una spada nelle [tue] mani stai guardando
rúcim' ulundo acolë caurë;
un terribile mostro che porta terrore;
cuina nér úva pusta Loicoher,
un uomo vivente non fermerà [il] Signore delle salme,
Roccalas aranel turmawendë
Éowyn principessa scudofanciulla


Cait' breve per caita "giace". In tal caso, la vocale finale non dovrebbe normalmente essere omessa, dacché il vocabolo successivo non inizia in una vocale simile. Lo stesso è il caso di rúcim' per rúcima "terribile" nel verso 4. Comunque, dacché il poeta impiega una metrica che esige dieci sillabe in ciascun verso, alcune elisioni inusuali sono giustificate. Len ar tornelyan "a te e a tuo fratello" [altra discrepanza tra costrutti di razze differenti, N.d.T.]: len dativo di le, tornelyan dativo di tornelya "tuo fratello". La forma indipendente "fratello" è toron, ma le Etimologie indicano che esso diviene torn- prima di una desinenza (pl. torni, LR:394 s.v. TOR). Qui la vocale connettiva e s'intrude prima della desinenza pronominale -lya "tuo", dacché *tornlya è impossibile. Arwa macilo "avendo una spada". Il vocabolo arwa Tolkien lo definì come "possedendo"; secondo le Etimologie (LR:360 s.v. 3AR) è seguito dal genitivo, perciò macil "spada" qui appare come macilo. (Quando Tolkien scrisse le Etim, effettivamente immaginò la desinenza genitiva Quenya co me -n e non -o come divenne nei suoi scritti posteriori - ma la regola come tale è sperabilmente ancora valida.) Matsë locativo duale di "mano", perciò "nelle [tue due] mani". (La lunga vocale di diviene corta prima di un gruppo di consonanti; confrontare l'allativo plurale mannar "ne[lle] mani" nel Canto di Fíriel, LR:72.) Yéta- "guardare", LT1:262. Acolë "che porta" è colë, sc. la radice non inflessa del verbo col- "portare", + il prefisso a-; una tale forma è adoperata a descrivere che cosa sta facendo l'oggetto stesso di un altro verbo: quindi il significato di due proposizioni come Yétalyë ulundo / i ulundo colë caurë "tu stai guardando un mostro / il mostro porta terrore" possono essere espresse in una proposizione com yétalyë ulundo acolë caurë "tu stai guardando un mostro che porta terrore" (caurë "paura", LT1:257). Úva pusta "non fermerà": úva "non farà" (futuro di un verbo negativo, attestato in LR:72) + pusta "fermare" (radice usata in un senso infinitivo). Loicoher "Cadavere-signore" (loico + -her), Signore delle Salme.

VI.

Roccalas, umilyë nér, nálye nís;
Éowyn, tu non sei un uomo, tu sei una donna;
náro pold', úmëa, morn' ar alta,
egli è forte, maligno, oscuro ed immenso,
turë or caurë ar Sauron or so;
impera sulla paura e Sauron su di lui;
ortanelyë macil tárienna,
tu levasti la spada in alto,
rierya lantanë, alantiéro,
la sua corona cadde, egli è caduto,
Roccalas aranel turmawende
Éowyn principessa scudofanciulla


Umilyë "tu non sei": forma di 2. persona del verbo negativo elencato in 1. person nelle Etimologie: umin "io non, non sono" (LR:396 s.v. UGU, UMU). Nályë "tu sei" ( + -lyë). Pold', morn': forme elise di polda "forte" (riferendosi alla forza fisica) e morna "oscuro". Polda non dovrebbe normalmente essere eliso in tale posizione; di nuovo, ciò è giustificato dalla metrica piuttosto che dalla fonologia. Ortanelyë "tu alzasti, tu levasti" (orta- è sia il transitivo "salire" che l'intransitivo "alzarsi"; qui è adoperato nel senso transitivo). Tárienna "alto" o letteralmente "ad un'altezza" (allativo di tárië "altezza"). Il vocabolo tárië è effettivamente attestato soltanto in allativo: al campo di Cormallen, i Portatori dell'Anello furono encomiati con le parole a laita tárienna "lodate[li] altamente" (SdA:VI cap. 4 [ove sono rese come "onorateli con grandi onori", N.d.T.], tradotto nelle Lettere:308). Alantiéro "egli è caduto": perfetto di lanta- "cadere" (con radice vocalica aumentata e la desinenza - a formare il perfetto e la desinenza -ro "egli" suffissa).

VII.

Mernelyë firë ar harya alcar;
Tu volevi morire ed hai la gloria;
mahtanelyë Heru Úlairion,
tu combattesti [il] Signore de[gli] Úlairi,
ar náro qualin nan sí caitalyë
ed egli è morto ma ora tu giaci
ar' aranelya, lá cenilyéro;
accanto al tuo re, tu non lo vedi;
umilyë hlarë teldë quettaryar,
tu non odi le sue ultime parole,
Roccalas aranel turmawendë
Éowyn principessa scudofanciulla


Harya "possedere, *avere"; in tale contesto il significato s'approssima a "dare". Here alcar è il vocabolo singolare "gloria" e non la forma plurale di alca "raggio di luce" (come nella prima stanza). Mahta- "maneggiare un'arma, combattere": qui si è assunto che tale verbo possa essere il transitivo *"combattere contro", l'oggetto essendo il nemico ch'è combattuto. Úlairi: la precisa etimologia di tale termine è incerta, ma qualunque sia la sua origine, è il termine Quenya per i Nazgûl o Spettri dell'Anello. Ar' "accanto", forma elisa di ara, da non confondersi con la congiunzione ar "ed" (sebbene quella vi sia correlata). Lá cenilyéro "tu non lo vedi". Attualmente, non vi sono evidenze pubblicate a supportare l'uso della desinenza -ro come oggetto ("lui"); nei nostri pochi esempi essa è soltanto il soggetto ("egli") - ma nemmeno vi è alcuna evidenza contro tale uso. Il verbo negativo umilyë appare nuovamente, ma con una differente sfumatura di significato che non nella precedente stanza: "tu non fai" (+ una radice verbale usata in un senso infinito) piuttosto che "tu non sei".

VIII.

Nályë laiw' ar nyérëa cuilenen;
Sei disgustata ed amareggiata dalla vita;
linyenwa nís quet' enwina nólë:
un'anziana donna parla di antica saggezza:
i mát i aranwa envinyatar.
le mani del re guariscono.
Roccalas, collentë len er cuile,
Éowyn, esse recarono per te soltanto vita,
nan lá alassë ar ëa-írë,
ma non gioia e desiderio di esistere,
Roccalas aranel turmawendë
Éowyn principessa scudofanciulla


Laiw' forma elisa di laiwa "seccato". *Nyérëa "amareggiato, triste", un aggettivo inventato (= non da Tolkien) basato sull'attestato sostantivo nyérë "dolore, afflizione" (LT1:261, Lessico Gnomico p. 60). Quet' forma elisa di quetë "dice, parla". Due differenti vocaboli per "vecchio" sono adoperati qui: linyenwa, un aggettivo strutturato da elementi che convogliano l'idea di "molti anni" e perciò assai proprio se si vuol descrivere una "anziana" persona, ed enwina, un vocabolo di etimologia incerta, ma Tolkien lo usò nella frase evocativa enwina lúmë "antica oscurità" nel poema Markirya. Mát "mani", paio di mani, una forma duale in -t (attestata con un suffisso pronominale che s'introduce nel vocabolo máryat "le sue mani" in Namárië). Envinyatar "guariscono" o letteralmente "rinnovano", presente plurale del verbo *envinyata- "rinnovare", non attestato di per sé ma chiaramente la base del participio passato envinyanta "guarito, *rinnovato" (MR:405) ed il titolo di Aragorn Envinyatar "Rinnovatore" (quest'ultimo vocabolo, una formazione agentale, non dovrebbe essere confusa col verbo plurale envinyatar usato qui). Er è qui adoperato per "soltanto", il significato assegnato a tale vocabolo in LT1:269, mentre nelle Etimologie er è glossato "unico, solo" (LR:356 s.v. ERE). Eccetto che per er non abbiamo parole per "soltanto", e per il numero "uno" possiamo usare minë invece. Il composto ëa-írë è da interpretarsi "un desiderio d'esistere, l'auspicio d'essere".

IX.

I melmë arandurwa hirnelyë;
L'amore di un ministro trovasti;
vantanéro ar quentéro yo le
egli camminò e parlò assieme a te
imb' aldar ar lóti mareryassë;
tra alberi e fiori nella sua dimora;
ar quentéro lenna meliro le;
egli ti disse [che] ti ama;
sí nályë envinyanta melmenen
ora sei guarita dall'amore
Roccalas aranel turmawendë
Éowyn principessa scudofanciulla


La frase melmë arandurwa "amore di un ministro" (arandur "servitore di re", Lettere:286) si riferisce all'amore di Éowyn per lui piuttosto che al suo amore per lei (non che l'amode non fosse corrisposto). In un contesto come questo, il caso possessivo in -va, -wa è usato per oggetto genitivo, perciò l'arandur o ministro è qui l'oggetto dell'amore (quello che è amato) piuttosto che il soggetto (quello che ama). Se "amore di un ministro" fosse riferito al suo amore per qualcun altro, dovrebbe essere usato un normale genitivo: melmë aranduro. Comparare tali esempi attestati con l'uso del possessivo in una frase trovata nel Silmarillion, Nurtalë Valinóreva "l'Occultamento di Valinor" (Valinor è l'oggetto dell'occultamento; i Valar celarono la loro terra), ma genitivo in Oiencarmë Eruo "l'Amministrazione Perpetua dell'Uno (di Dio)" (MR:471; Dio è efficacemente il soggetto dell'oiencarmë o "amministrazione perpetua", sc. quello che porta a buon fine tale amministrazione). Yo è apparentemente il vocabolo Quenya per "con" (con esplicita traduzione attestato solamente come un prefisso, ma yo hildinyar in SD:56 sembra indicare *"col mio bambino"). Imb' forma elisa di imbë "tra". Envinyanta "guarita" o letteralmente "rinnovata", MR:405.

X.

Sí avalyë turë ve i tári;
Ora tu non regnerai come la regina;
yévalyë envinyatarë ve so,
tu sarai una guaritrice come lui;
lá turmawendë ar lá aranel,
non una scudofanciulla e non una principessa,
meluvalyë ilqua cuin' ar vanya;
tu amerai ogni cosa viva e leggiadra;
ve meluvárol, meluvalyë so,
come lui t'amerà, tu l'amerai
Roccalas indis envinyatarë
Éowyn sposa guaritrice


Avalyë "tu non farai" - questo è più forte di una mera asserzione circa il futuro. Il verbo ava- occorrente in WJ:370 non è chiaramente glossato da Tolkien, ma suggerisce attivo rifiuto di qualcosa, o in tal caso rinunciare deliberatamente a qualcosa per scegliere qualcos'altro. Turë (radice aoristo usata in un senso infinito) è glossata "reggere, controllare, governare" nelle Etimologie (LR:395 s.v. TUR, ove il verbo è citato nella 1. persona aoristo turin); qui è tradotta "regnerai". Yévalyë "tu sarai". La forma yéva "sarà" è attestata nel Canto di Fíriel (LR:72); sfortunatamente, non è certo se essa sia valida nel Quenya in stile SdA, poiché yéva sembrerebbe andare con ye come il vocabolo per "è", ma fonti sia più antiche che più tarde (la fonte tarda essendo SdA stesso) invece danno come il vocabolo per "è". Sfortunatamente, è incerto quale possa essere il futuro di (*nauva? *núva? *náva?), così alcuni scrittori preferiscono ancora yéva, che almeno è "genuina di Tolkien". Envinyatarë "guaritore" o letteralmente "rinnovatore", forma femminile. Come menzionato sopra, Envinyatar "Rinnovatore" è attestato in SdA come un titolo di Aragorn. Tali forme agentali in -r apparentemente non mostrano sesso, ma possono essere rese esplicitamente maschili o femminili dall'aggiunta di -o oppure -ë, rispettivamente (come il masc. ontaro "procreatore, genitore" ha una forma femminile ontarë, LR:370 s.v. ONO). Cuin' forma elisa di cuina "vivo". Meluvárol "egli t'amerà" (meluvá-ro-l "amerà-egli-te").

Ardalambion